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Carlo Zivoli
L’ARTE DELLA CREATIVITA’ SPIRITUALE
NELLE OPERE DI A. TARKOVSKIJ, S. PARADZANOV E A. SOKUROV
Secondo Enzo Bianchi, priore della
Comunità monastica di Bose (Piemonte, Italia), nulla di ciò
che è autenticamente umano può essere estraneo al credente.
Ovviamente, volendo qui dare per acquisita una nozione di
credente volutamente ampia, rimane il problema di stabilire
cosa sia «autenticamente umano». A costo di essere tacciato
di semplicismo vorrei ricordare che tutte le volte in cui,
all’interno di diverse «fedi», abbiamo tentato di dare
definizioni troppo rigide a realtà di tipo metafisico
abbiamo finito, non so perché, addirittura per ucciderci.
Operazione questa che non necessariamente presuppone l’uso
delle armi quanto, molto più spesso, quello della parola.
Premessa, questa, per dire (ancora con Enzo Bianchi) che le
realtà più profonde sono molto spesso intelligibili più con
la poesia e, aggiungo, con l’arte che non con la dogmatica,
senza per questo disprezzarne la sua funzione al servizio
della verità.
A questo proposito il pensiero religioso russo ci ha
lasciato delle pagine interessanti nel breve saggio di Pavel
Florenskij «Ikonostas». Egli dice che «l’autentico artista
non vuole la cosa sua ad ogni costo, ma vuole il bello,
l’oggettivamente bello, cioè l’artistica configurazione
della verità delle cose e in genere non si cura della
questione meschina e vanitosa, se è il primo o il centesimo
a parlare della verità. Basta che essa sia la verità, e il
valore dell’opera è garantito» [«Le porte regali – Saggio
sull’icona», Milano, 1977, pag. 80]. Questa mi sembra una
bella definizione di qualcosa che racchiude lo sforzo
innanzitutto ascetico di ciò che ambisce ad essere
«autenticamente umano».
Ma questa è ancora una bella teoria, puzza un po’ di
astrattismo. Florenskij stesso non ignora, riferendosi
all’arte dell’iconografia, che esiste «la tentazione di
prendere per spiritualità, per immagini spirituali, invece
delle idee, le fantasticherie che circondano, confondono e
seducono l’anima al momento in cui le si apre davanti la via
verso l’altro mondo. Sono gli spiriti di questo secolo che
così procurano di trattenere la coscienza nel loro mondo»
[«Le porte regali – Saggio sull’icona», cit., pag. 36].
Gregorio di Nissa, nella sua «Vita di Mosè», sintetizza
mirabilmente come, tramite la propria personale salita al
Monte Sinai, l’uomo in cerca della verità viva l’esperienza
della purificazione interiore. Lo stesso Giovanni Climaco è
rimasto giustamente celebre per una singola ma fondamentale
opera, «La scala del paradiso», dove si vede come il cammino
delle buone intenzioni non «autenticamente umane» sia
lastricato di insidie.
La forma d’arte contemporanea che più di altre ha affrontato
queste problematiche è forse quella cinematografica. E anche
qui la Russia ha molto da insegnare al mondo culturale
cosiddetto occidentale. Nel breve spazio a nostra
disposizione cercherò di dimostrare come queste tensioni
spirituali abbiano attraversato l’opera, la vita e le idee
di tre grandi autori: Andrej Tarkovskij, Sergej Paradzanov e
Aleksandr Sokurov.
Dei tre forse il più noto al grande pubblico è Andrej
Tarkovskij, per il quale «l’arte esiste e si afferma là dove
esiste quell’eterna e insaziabile nostalgia della
spiritualità, dell’ideale, che raccoglie gli uomini» attorno
a sé [questa come le successive citazioni sono tratte da
«Scolpire il tempo», Milano, 1988, trad. italiana di
«Sapetschatljonnoje Wremja», 1986]. Egli mette in guardia da
alcune espressioni dell’arte contemporanea che «rinunciano
alla ricerca del significato della vita in nome
dell’affermazione del valore autonomo della persona».
«Eroe» tipico della visione artistica di Tarkovskij è Andrej
Rublev, il pittore di icone: la storia della sua vita,
trasposta sullo schermo nel suo capolavoro degli anni ‘60,
«è la storia di una concezione insegnata, imposta che, dopo
essere bruciata nell’atmosfera della realtà vivente, risorge
dalle ceneri come una verità totalmente nuova, appena
svelata». Rublev viene educato nel monastero della Trinità e
di San Sergio sotto l’ala di Sergij Radonezskij: assimila il
motto fondamentale di amore, unità e fratellanza con il
quale si cercava di favorire l’unificazione e la
centralizzazione di fronte alla ferocia del giogo
tartaro-mongolico. Uscito dal monastero Rublev scopre la
tragicità della realtà che lo circonda: la sua formazione
puramente teorica crolla innanzi la brutalità del mondo che
lo circonda. Egli perde «la fede nella compatibilità
dell’idea di bene con la realtà» e solo nella mezz’ora
finale del film, dopo la celeberrima scena della fusione
della campana, egli conquista finalmente l’equilibrio del
grande artista «dopo esser passato attraverso i cerchi della
sofferenza ed esser divenuto partecipe del destino del
proprio popolo». Nel ragazzo che è riuscito a fondere la
gigantesca campana anche senza conoscere i segreti che il
padre precocemente scomparso non è riuscito a trasmettergli,
Rublev vede l’icona vivente dell’uomo toccato dalla grazia
che sperimenta la propria salvezza nell’affidamento
interiore a qualcosa di superiore. Secondo Marko Ivan Rupnik
si tratta propriamente della «Sofia che apre alla memoria
eterna e inizia ad essa» [«La Sofia come memoria creativa da
Solov’ev a Tarkovskij», in «Dalla Sofia al New Age», Roma,
1995, pag. 92].
Per inciso si sperimenta qui come la relazione spirituale
tra due artisti ponga le fondamenta per le opere future di
Rublev in una nuova luce di verità. Anche nell’esperienza
personale di Tarkovskij «il contatto spirituale tra i membri
del gruppo artistico risultò straordinariamente importante»
in tutta la sua opera. Per lui «il lavoro cinematografico
(esattamente come qualsiasi altra attività creativa) deve
obbedire in primo luogo a delle esigenze interiori, e non a
delle esigenze estrinseche – disciplinari e produttive –
che, in realtà, ostacolano soltanto il ritmo del lavoro, se
si fa affidamento solo su di esse». L’arte cinematografica
può allora veramente divenire una «scultura nel tempo», dove
«il tempo viene colto nel suo legame concreto e
indissolubile con la materia stessa della realtà che ci
circonda ogni giorno e ogni ora […] dal “blocco del tempo”,
che abbraccia l’enorme e inarticolata somma dei fatti della
vita, [il cineasta] taglia fuori e getta via tutto ciò che
non serve».
L’esperienza artistica di Sergej Paradzanov, pur molto
diversa sotto il profilo del risultato formale, è però
significativa per il discorso che si cerca qui di
affrontare. Di Paradzanov, più delle singole opere, parla la
vita stessa. Armeno di origine, profondamente legato alla
cultura ed alle tradizioni rurali delle popolazioni sia
caucasiche che ucraine, ha passato parecchi anni della sua
vita in carcere per le sue inclinazioni sessuali (di sé dice
di essere «il solo regista sovietico che è stato in prigione
tre volte […] con Stalin, poi per opera del KGB, e infine
con Breznev e Andropov») [questa come le successive
citazioni sono tratte da Michele Picchi, «Sergej
Paradzanov», Roma, 1994]. A suo dire l’esperienza non è
stata del tutto negativa: «attraverso tutte quelle
sofferenze, che io non considero affatto una sconfitta o una
tragedia (sono stati i migliori anni della mia vita), sono
maturato come artista».
Intellettuale incredibilmente attivo e prolifico Paradzanov,
dopo i primi film su commissione per la propaganda
sovietica, riesce a segnalarsi all’attenzione internazionale
prima con «L’ombra degli avi dimenticati» («Teni zabytych
predkov», 1964) e poi con il capolavoro «Sayat Nova» (1968),
biografia del poeta armeno del ‘700 Aruthin Sayadin che
trascorse gran parte della sua esistenza a Tiflis (l’attuale
Tbilisi) come cantore alla corte del re georgiano. Il film
sintetizza per la prima volta (e purtroppo anche una delle
ultime) lo stile personale e visionario del proprio autore:
«Sayat Nova è risultato diverso dai miei film precedenti –
spiega - poiché ho riflettuto molto sulle miniature
religiose armene, piene di spiritualità e di poesia. Hanno
suscitato in me un sorprendente sentimento di venerazione».
La cifra stilistica della pellicola è data da scene
apparentemente statiche, di impronta quasi pittorica, dove
«le persone non parlano mai tra di loro e danno
l’impressione di essere sordi e muti».
L’evoluzione artistica di Paradzanov sembra dettato da
esigenze che Tarkovskij chiamerebbe «interiori»: la
differenza con la turbolenza della cinepresa definita
«psicopatica» dell’allora direttore della fotografia Jurij
Il’enko ne «L’ombra degli avi dimenticati» appare enorme.
«Da parte mia – precisa ancora il regista – ho sempre
pensato che quel dinamismo fosse menzognero e che
ostacolasse, anziché favorire, l’espressione delle passioni
dei personaggi […] so bene che il cinema dinamico è
considerato il caposaldo del pensiero cinematografico e che
la fissità compositiva potrebbe apparire come una debolezza
e una stanchezza dell’immaginazione. Ma per me si è trattato
di una vera passione: creare movimento entro immagini
statiche».
E’ peraltro interessante notare come un cineasta quale
Paradzanov, anche se non dichiaratamente credente, giunga
tramite la propria evoluzione personale alle vette
artistiche auspicate dallo stesso Florenskij. L’ascesi
artistica come esperienza mistica può allora veramente
essere annoverata in quel «autenticamente umano» che
dovrebbe interessare ogni persona che si professa credente.
La parabola artistica di Aleksandr Sokurov ci aiuterà a
chiudere il cerchio. Ammirato dallo stesso Tarkovskij,
Sokurov è un cineasta dei cui film si dice che non siano da
guardare, piuttosto da contemplare. In particolare il suo
«Madre e figlio» («Mat’ i syn», 1997) ha strappato alla
critica internazionale gli elogi più alti: si è addirittura
detto che Sokurov «si avventura in un cinema che va oltre
Bresson» [Tullio Kezich, «Corriere della Sera», 18/07/98].
Negli ultimi anni della propria vita, passati in esilio,
Tarkovskij tentò in tutti i modi di aiutare il giovane
collega Sokurov, il quale doveva combattere con il regime
sovietico che lo considerava un sovversivo.
I primi film di Sokurov furono proiettati prima in patria e
poi nei principali festival internazionali solo a partire
dal 1986, quindi ben otto anni dopo la sua opera d’esordio
intitolata «La voce solitaria dell’uomo» che nel 1978, a
soli ventisette anni d’età, gli venne respinta come saggio
di diploma alla Scuola di Cinema di Mosca.
Ad oggi la filmografia di Sokurov conta ben ventisette opere
equamente suddivise tra lungometraggi, cortometraggi, film
per la tv e documentari. Questa insolita prolificità può
essere spiegata, secondo i critici, anche attraverso
quest’epoca di resistenza che avrebbe forgiato in lui una
personalità ed un metodo di lavoro che possano sussistere in
qualsiasi condizione di vita.
Tra le altre opere particolarmente famosa è la serie dei
documentari intitolata «Elegie», che sono veri e propri
ritratti di personaggi della cultura russa, come i registi
Elem Klimov e lo stesso Tarkovskij, o della politica, come
l’ex-presidente Boris Eltsin.
Per «Madre e figlio» Sokurov, in un’intervista, dice di
essersi ispirato visivamente al pittore tedesco Caspar David
Friedrich, considerato uno dei maggiori rappresentanti della
pittura romantica nella Germania di inizio ‘800. In
particolare ad un suo dipinto del 1809 intitolato «Monaco
sulla riva del mare» dove la presenza umana, pur rilevata
nel titolo, è come sperduta davanti all’immensità degli
elementi della natura che si incontrano e si mescolano
oscurandosi e confondendosi. Questo particolare stile del
film crea un effetto antinaturalistico ed astratto che
consente di far emergere in maniera più drammatica e vicina
i sentimenti dei due protagonisti ed il loro esplodere
silenzioso, ma al tempo stesso stravolto.
Questo stile è influenzato anche dai tempi liturgici della
spiritualità cristiana orientale, dove l’uomo non
necessariamente determina a priori la propria ricerca di Dio
in termini ascensionali (cioè da sé a Dio), ma al contrario
si lascia visitare dal Divino in un movimento discensionale,
facendosi per così dire addomesticare da Lui e dai Suoi
tempi che sono diversi dai nostri.
Le parabole artistiche di questi tre autori costituiscono, a
mio parere, altrettanti esempi tremendamente concreti di
quel «autenticamente umano» accennato all’inizio. Si tratta
di scoprire e valorizzare un’«ascetica» dell’uomo che,
consapevolmente o meno, si sente irresistibilmente attratto
dalla verità. Concludo ancora con le parole di Pavel
Florenskij: «non sono, quindi, l’intuizione e la
discorsività a dare la conoscenza della Verità: essa nasce
nell’anima per una rivelazione libera della stessa Verità
triipostatica, per una graziosa visita fatta all’anima dallo
Spirito Santo […] i Santi Padri non chiamarono l’ascetica né
scienza né lavoro morale, bensì arte o maestria, un’attività
diretta a contemplare la luce senza tramonto attraverso lo
Spirito Santo […] il tratto distintivo dei santi non è
affatto la “bontà”, che può essere presente anche in persone
carnali e molto peccatrici, bensì la bellezza spirituale, la
bellezza accecante della persona luminosa e luci-ferente,
assolutamente inaccessibile all’uomo grossolano e carnale»
[«La luce della verità», in «Il cuore cherubico – Scritti
teologici e mistici», Casale Monferrato (Al), 1999, pagg.
232-237].
E a proposito del ruolo che l’arte delle immagini dovrebbe
avere nella dogmatica sempre Florenskij dice: «fra tutte le
dimostrazioni filosofiche dell’esistenza di Dio suona la più
persuasiva quella di cui non è fatta menzione nei manuali:
si può formulare col sillogismo: “Esiste la Trinità di
Rublev, perciò Dio è”» [«Le porte regali – Saggio
sull’icona», cit., pag. 64].
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