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Giorgio Colli e la nascita della ragione
Riccardo di Giuseppe
Dietro queste pagine su La nascita della filosofia si nasconde
uno dei filosofi più originali del dopoguerra e una delle più
audaci teorie della ragione che mai siano state avanzate nel
pensiero occidentale.
Giorgio Colli (Torino, 1917-San Domenico di Fiesole, 1979)
era ben qualificato per far ciò. Primo traduttore, e
commentatore italiano dell’Organon di Aristotele, autore di
una memorabile versione della Critica della ragione pura, il
cui testo – alla stregua delle traduzioni antiche dei
classici – è considerato dagli specialisti alla stregua di
“portatore di varianti”, capaci di chiarire, a ritroso,
l’originale, editore mondiale, con Mazzino Montinari, del
testo critico di Nietzsche, contemporaneamente pubblicato in
tedesco, inglese, francese, giapponese ed italiano,
traduttore di Platone, dei Presocratici, di Schopenhauer,
direttore di celebri collane di filosofia e di autori
classici, Colli era – in primo luogo – un filosofo egli
stesso, un filologo agguerrito e un esponente di spicco nel
dibattito culturale del dopoguerra.
La parte più preziosa del suo insegnamento era – però – ciò
che non poteva essere consegnato alla scrittura. Giorgio
Colli era un maestro: uno pedagogo straordinario che dava il
meglio di se stesso nel contatto diretto con gli allievi e
con gli amici. Lo testimonia lo spettro degli interessi dei
suoi allievi e la lista di coloro che, in un modo o
nell’altro, hanno dichiarato un debito intellettuale nei
suoi confronti.
Ricordo un episodio occorso ad uno di questi allievi
all’Università di Pisa nel gennaio 1976. Abbagliato da una
lezione su Parmenide, alla quale Colli si era presentato in
lieve ritardo, apparendo in silenzio, guardandosi intorno da
una distanza sorprendente mentre, lentamente, sfilava il suo
soprabito, messosi in cattedra senza cedere alla fretta,
quest’uomo singolare aveva iniziato la sua lectio chiedendo
agli ascoltatori se avessero qualcosa da dire. Il
malcapitato avventore non aveva trovato nulla di meglio che
avvicinare l’uomo alla fine del corso per chiedergli,
diligentemente, qualche elemento di bibliografia
sull’argomento che aveva appena svolto. Colli si voltò e
rispose a quell’allievo, con il suo inconfondibile accento
nasale e strascicato: “Ma sa, i libri non servono a niente”.
E così, mi si dice, proseguendo il suo cammino, era uscito
dal Palazzo ove si tenevano i corsi di filosofia antica.
Di questa matrice orale della filosofia greca il libretto che
qui si presenta espone una teoria generale e dettagliata.
Questa è la prima lezione di Colli: alla scuola della Grecia
arcaica, il logos occidentale si è essenzialmente formato
come dialeghesthai, come dialettica viva tra due
interlocutori cha affinano, progressivamente, il proprio
confronto forgiando le categorie più rarefatte
dell’astrazione.
Nel concepire questo scenario, Colli era eminentemente
fedele al dato concreto. Non è un caso che la filosofia nasca
con Platone inaugurando un nuovo genere letterario, il
dialogo. Platone ripropone per iscritto l’esperienza
dell’incontro con la dialettica di Socrate: il dialogo
platonico come genere letterario è, così, un’epigrafe
grandiosa in memoria dell’esperienza dell’incontro con
Socrate, questo personaggio inclassificabile.
Ne discende il secondo elemento che caratterizza la
prospettiva di Colli: il suo interesse per la sapienza,
l’epoca di Eraclito, Parmenide, Empedocle, l’epoca dei
Presocratici, di cui la filosofia – ‘amore per la sapienza’, e
non sapienza – non è che un’eco affievolita, trasmessa alla
tradizione, di un evento che precede la scrittura come
strumento di comunicazione filosofica.
È, in effetti, nei ranghi della sapienza greca che è nata la
ragione occidentale: basti pensare al poema di Parmenide,
nel quale l’epifania di una divinità suprema si traduce,
sorprendentemente, nell’esposizione di una dottrina
razionale che altro non è che il primo scambio dialettico
(un aut aut: è o non è) nella storia del pensiero
occidentale.
D’altra parte, la retrocessione dalla filosofia in direzione
della sapienza dava, a Colli, l’impulso per rimontare – alle
spalle della filosofia – verso la religione. L’origine della
filosofia è la crisi della religiosità greca: più
precisamente, la ragione occidentale nasce da un’esperienza
mistica, di tipo dionisiaco.
Che cos’è la mistica? È un’esperienza in cui chi sperimenta
non è più distinto da ciò che è sperimentato. Più
precisamente: mistica è inglobamento del conoscente nel
conosciuto grazie all’esperienza di una certa conoscenza. Ne
discende una teoria della ragione normale, in cui il
soggetto non è separato dall’oggetto, ma in cui il logos
racconta, al tempo stesso, la scoperta dei concetti dentro
di noi e la tessitura del mondo fuori di noi. Che
raccontano, al tempo stesso, l’oggetto e il soggetto.
Coincidenza di Dio, del mondo e dell’anima, ovvero di essere
e conoscere: è questo il fenomeno che, secondo Giorgio
Colli, dà l’impulso alla civiltà greca per osare quel salto
inaudito nel vuoto che porta alla nascita della ragione
astratta. I suoi allievi testimoniano che Colli era un
maestro esattamente per il fatto che la sua presenza
suscitava quest’attitudine in chi lo frequentasse.
Alle origini della ragione c’è, dunque, un’esperienza: la
stessa che porta alla tragedia, per Nietzsche, o che –
giusto Vernant – conduce l’aedo omerico sul luogo stesso
degli eventi da cantare, facendosi così – con visione
panoramica – il contemporaneo dei propri esametri. Se
conoscere qualcosa, da Aristotele in poi, significa possedere
la conoscenza della causa, dell’origine di questo qualcosa,
l’impulso che fece procedere alla scoperta della ragione era
qualche cosa che precede la filosofia. L’impulso
all’astrazione – alla scoperta delle categorie universali
che superano la dicotomia tra oggetto e soggetto – si
radica, dunque, in un’esperienza vissuta che va alle spalle
di questa separazione e si identifica nell’aspirazione al
superamento del mondo sensibile. È un impulso al superamento
del mondo, che porta con sé la separazione della coscienza,
a mettere sulla strada della ricerca degli universali e alla
scoperta della ragione. La teoria della ragione di Colli è,
dunque, una teoria della scoperta della ragione. Della
nascita della filosofia da qualcosa che trascende la filosofia,
la ragione e il mondo come ci appare. La teoria della
ragione è, così, il racconto della scoperta del logos,
espressione dell’unione tra oggetto e soggetto.
Celebrata da Platone, o da Goethe, come istante, e – più in
generale, da innumerevoli altri – come estasi, la mistica
filosofica può essere, più precisamente, definita come enstasi.
Ciò che i greci chiamano enthousiasmos, i latini mentis
excessus, gli indiani samâdhi, gli ebrei morte di bacio, gli
arabi tafrîd, i romantici Begeisterung. Se l’estasi è un
uscire fuori di sé, abbandonando la condizione umana,
l’enstasi è un entrare dentro di sé: un’esperienza del Sé,
‘entusiasmo’. Della coincidenza delle scaturigini del mondo
con le origini della coscienza umana. Da questo slancio
vertiginoso verso le categorie più rarefatte dell’astrazione
discende la scoperta del vertice dell’essere, l’espressione
ultima che abbraccia tutte le altre. Così, nello spazio di
qualche generazione, prende forma l’edificio categoriale che
i Presocratici affidano in lascito a Platone e che,
attraverso Aristotele, viene trasmesso dalla tradizione
occidentale. Le distinzioni da manuale tra razionalismo e
irrazionalismo non tengono: i massimi principi del
sillogismo – primo fra tutti, il principio di contraddizione
– sono altrettanto intuitivi e indimostrabili che
l’esperienza mistica dionisiaca o eleusina; ed è dal
fraintendimento delle origini non razionali della ragione
che nascono le incomprensioni non soltanto della sapienza
greca, ma della stessa logica, e sillogistica aristotelica,
che – fanno fede i Secodi Analitici – è una teoria della
dimostrazione indiretta che si basa su principi che
indiretti più non sono, e che non sono più dimostrabili, ma
intuitivamente, immediatamente presenti in ogni biforcazione
della coscienza riflessiva. Che questa coscienza lo sappia
oppure no. L’attività razionale porta, dunque, nel suo
principio, lo stesso marchio del contatto soggetto-oggetto
che già era alla base della mistica presocratica e
dell’avventura della scoperta della ragione. Il lettore non
avrà che da sfogliare questo libretto per conoscere le tappe
dettagliate di questa avventura. Di questa avventura che è
la nostra storia: la storia della ricerca dell’uomo
occidentale di rendere ragione di se stesso e del mondo, che
oggi sembra culminare nella scienza e nella tecnica.
Se, sul versane teoretico, questi accenni possono forse
bastare per introdurre nella prospettiva di Colli, si dovrà
concludere, su un altro versante, che quest’intima
connessione tra oggetto e soggetto trovava la sua
applicazione forse più fondamentale, in una stretta
compenetrazione tra il filosofo e la filosofia: in una pratica
della filosofia come maniera di vivere (Hadot). La prova più
evidente di questo atteggiamento consisteva nell’importanza
dell’etica per Colli. L’unico maestro che egli riconoscesse
era, in effetti, Piero Martinetti, uno degli undici che, su
più di mille docenti costituenti il corpo accademico
dell’epoca, rifiutarono di prestare fedeltà al fascismo onde
poter preservare la propria posizione. Perso ogni ruolo
professionale, Martinetti – maestro, a sua volta, di una
lunga generazione di filosofi – era andato ad abitare in una
capanna di Pont Canavese, dove aveva trasportato i propri
libri e si scaldava con legna di bosco. Colli stesso fu,
d’altronde, un esule del fascismo e già suo padre, direttore
amministrativo de La Stampa di Torino, aveva rifiutato
l’adesione al regime, così perdendo, per lunghi anni, il suo
lavoro. La scelta della filosofia come maniera di vivere porta
con sé delle obbligazioni, e, anche dopo il fascismo, Colli
aveva proseguito la propria ricerca in un isolamento che fa
il più stridente contrasto con la fama internazionale che le
sue iniziative culturali assumevano. Per chi, negli anni
Cinquanta, Sessanta e Settanta non aderisse ad un’ideologia
(marxista, scientista, fideista o quant’altra), si riaprivano
le prospettive per sperimentare l’unità greca tra azione e
conoscenza nella propria stessa vita. L’interesse per la
mistica non sfocia, così, in una visione distaccata
dell’esistenza e un congedo dal quotidiano mestiere di
vivere, ma fornisce nuovo alimento, o combustibile, alla
morale. Etica e mistica sono unite strettamente nella
visione della sapienza, perché è un’aspirazione di natura
morale a portare al superamento del mondo sensibile, così
come il superamento mistico della condizione umana forgia
l’obbligazione al ritorno cosciente verso i limiti della
condizione umana. Si è parlato di mistica filosofica come
enstasi, ovvero come cancellazione dell’individuo: ma
mistica significa ancora, nell’esperienza cristiana, la
scoperta di un amore che, nella sua trascendenza, preserva
l’individualità del Figlio nella libera relazione con il
Padre. In effetti, la morale mistica di Colli come maestro
portava con sé il postulato della libertà per tutti coloro
che volessero essere suoi allievi. Era alla regola della
libertà che Colli misurava il valore dei propri allievi, e
non nella trita ripetizione di dottrine che annoiava il loro
autore sempre in cerca di nuove strade. Nei suoi ascoltatori
Colli amava la tenzone, il confronto, il tentativo di
sperimentare nuove vie; e cercava nell’interlocutore
l’intuizione, lo spunto che gli permettessero di
alleggerirsi del proprio sapere. Di riscoprirlo da un altro
punto di vista. In questo senso, Colli è stato un grande
maestro di libertà, e proprio per questo un vero maestro e
un vero filosofo. Di quest’uomo, di cui è stato detto che
“non esiste altra persona così libera e pudica giunta a una
qualche fama nella cultura italiana” (G. Alvi), vorrei
ricordare un altro episodio tratto dalla memoria di un altro
dei suoi allievi: di qualcuno che abbandonò la prospettiva
dei Presocratici in direzione della mistica cristiana.
Lascio, qui, la parola a quest’altro allievo: le sue
considerazioni non hanno bisogno di commento.
“L’incontro con Giorgio Colli non era di quelli che
potessero lasciare altri spazi: erano in gioco delle scelte
fondamentali di vita. Mi risolsi, e un giorno gli dissi
semplicemente che avevo deciso di diventare cristiano, una
scelta che sapevo significare per lui inequivocabilmente
debolezza… Non ho conosciuto nessun uomo interiormente più
libero di Giorgio Colli, e riconosco in lui, nella sua
fascinosa intelligenza e aristocratica immobilità, uno di
quei maestri rari e preziosi che, per chi abbia la fortuna
di incontrarli al momento giusto, diventano un punto di
riferimento e aiutano a crescere nella libertà.”
Nella prospettiva che aprono queste linee di Ernesto Berti
si trova, senza dubbio, la lezione centrale di Colli: quella
del coraggio e della libertà della cultura, che sempre si
accompagnano al pensiero profondo; e in quest’apertura a una
mistica diversa dall’estasi della discordia di tipo
dionisiaco la sua teoria della nascita della ragione si
apre, oggigiorno, al confronto con altre visioni, come
quella di Girard o Levinas. Come Berti ha avuto modo di
spiegarmi, tutta la vita cristiana è un’esperienza mistica,
la quale non cancella violentemente la personalità, ma la
colloca in una relazione aperta con un Dio che – poco a poco
– preserva e trasfigura la persona della creatura
nell’incontro delicato con il proprio Creatore. Il libro che
qui si affida nelle mani del lettore è, così, un invito a
verificare egli stesso questi criteri di libertà: un
incoraggiamento a indirizzare la propria vita, nella ricerca
della verità, secondo una lezione in cui mistica, desiderio,
ragione e filosofia si verifichino al metro dell’unità della
vita. Un confronto dialettico, appunto.
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