Le regioni
dell’anima.
Il rapporto tra fede e ragione a partire dal pensiero di
G. Bontadini
The relationship between faith
and reason is a central issue of Christian thought. From
a philosophic perspective, can we adopt a fideistic
position as a start point for our arguments? To what
extent can faith accept judgment of reason? Or has
reason exclusively to serve Revelation?
The tradition of Christian thought repeteadly focused on
this question and attempted to reconcile the autonomy of
rational speculation with the fidelity at the Doctrine.
Within this tradition, Sergej Averincev emerges
according and thanks to the strength of his metaphors
and images. The Russian writer symbolize the relation
between faith and reason like a dialogue between Athens
and Jerusalem. The former is the icon of philosophical
thought, the latter becomes the symbol of the
theological one.
Averincev is strongly convinced that this dialogue may
be fruitful only if Athens humbly acknowledges that
Jerusalem is the source of truth. Otherwise, philosophy
is condemned to profess a sterile arrogance. From this
perspective, Averincev supports firmly the supremacy of
faith upon reason.
Is this a satisfying solution? If we look at this
position with the eyes of logos, we experience a
feeling of unease; a fideistic perspective appears
untenable with regard to its own demand of truth. What
if not reason can prove the reasonableness of faith?
A possible solution seems to require the establishment
of a "positive loop" of faith and reason. The features
of such a relation should be both autonomy and
complementarity: there should be no servant and no
masternot, no positions either excluding each other and
fighting for supremacy.Bboth faith and reason are the
founding paradigm in their own different fields: the
latter in the field of epistemic knowledge, the former
for the field of wish/desire. Two paradigms helping each
other to enlarge and to strengthen their respective
domains.
What is the meaning of such a mutual strengthening of
faith and reason may be clarified by comparing
Avernicev's proposal and the thought of Gustavo
Bontadini – the main representative author of the so
called neo-classic metaphysics in Italy – who thinks
this relation as a kind of counterpoint, according to
which the melody of faith accepts the judgment of reason
in the cognitive domain.
Permettetemi una piccola confessione
(siamo tra amici e so di potermela permettere): prima di
ricevere l’invito a questa due giorni dedicata a Sergej
Averincev non avevo avuto modo di confrontarmi
direttamente con l’opera di quest’autore. L’occasione si
è rivelata quanto mai preziosa, regalandomi la piacevole
sorpresa di un pensiero ricco di suggestioni e di spunti
di riflessioni. Alcune di queste le vorrei oggi
condividere con voi. Premetto fin d’ora il carattere non
certo specialistico del mio intervento, non ne avrei la
competenza. Non intendo cioè affrontare criticamente
l’opera di Averincev quanto piuttosto provare a
sviluppare una riflessione ispirata dalla lettura di
alcune pagine del pensatore russo. Non un discorso su
Sergej Averincev, dunque, bensì un dialogo ideale con
Sergej Averincev (e col mondo spirituale di cui egli è
espressione).
Personalmente mi sono dedicato a
lungo allo studio della così detta metafisica
neoclassica, erede di quella tradizione di pensiero che
affonda le sue radici nell’Atene del sesto secolo avanti
Cristo. Un pensiero, quello neoclassico, caratterizzato
da un approccio speculativo estremamente razionale, che
ha nel logos il suo stile intellettuale e nell’epistéme
il proprio fine agognato. Un pensiero, tuttavia,
animato dal desiderio di riscattare con gli strumenti
della ragione una fede che ha altrove il proprio luogo
d’origine: in Gerusalemme – per restare alle suggestioni
del testo di Averincev – ovvero nell’ascolto della buona
novella.
Atene e Gerusalemme simboleggiano
pertanto in modo efficace quanto suggestivo il rapporto
tra fede e ragione, tra il senso ultimo dell’esistenza e
la necessità di una sua intelligibilità razionale.
Gustavo Bontadini, uno degli autori più rappresentativi
della riflessione neoclassica, amava parlare di fede e
ragione come di due “luoghi dell’anima”, due istanze che
abitano l’esperienza umana e che richiedono una sintesi
capace ad un tempo di essere rispettosa delle differenza
ma altresì arricchente per entrambe. Con compiaciuta
sorpresa mi sono dunque ritrovato nelle pagine di
Averincev quando questi ci parla di Atene e di
Gerusalemme come di “due principi creativi”. In quelle
pagine ho scorto infatti la preziosa tensione tra
l’ascolto fiducioso della rivelazione e l’esigenza di
una sua traduzione razionale.
Le assonanze possono però nascondere
anche modulazioni diverse di uno stesso tema e,
talvolta, esse possono declinare in modo sensibilmente
diverso un’unica idea di fondo. Proprio su questo vorrei
ora provare a svolgere un breve ragionamento.
Il nucleo centrale di questo mio
contributo credo sia ormai palese: esso è rappresentato
dalla dialettica fede/ragione, dalla necessità di una
loro integrazione e dalle difficoltà connesse al loro
dialogo reciproco. Entrambe anelano infatti la stessa
meta: il possesso sicuro della verità. Entrambe
ritengono di possedere le chiavi giuste per raggiungerla
e si contendono vicendevolmente la primazia nell’ordine
conoscitivo. Rispetto a tale dialettica la posizione di
Averincev è abbastanza chiara: egli è convinto del ruolo
ancillare della filosofia, incapace da sola di giungere
al fondo del reale in quanto viziata da un astrattismo
che tende ad isolarla dalla concretezza della vita.
Queste considerazioni lo spingono a denunciare i rischi
cui inevitabilmente si espone Atene nel momento in cui
non sa (o non può) porsi in ascolto dell’annuncio
salvifico di Gerusalemme. Rischi resi concreti nello
stile intellettuale inaugurato dalla riflessione greca
ed ereditato dal pensiero moderno. Per primi i filosofi
greci «estrassero dal flusso vitale dei fenomeni l’
“essenza” stabile e uguale a se stessa […] e
cominciarono a manipolarla intellettualmente»[1].
Nel far questo essi disincarnarono il pensiero dal suo
legame con la vita, trasformandolo «per la prima volta
da pensiero-nel-mondo a pensiero-sul-mondo»[2].
L’autonomia e l’universalità rivendicata come titolo di
merito dal pensiero filosofico divennero così la cifra
di un approccio al reale perennemente tentato
dall’arroganza dell’autosufficienza, sordo a quelle
verità che il logo, da solo, non è in grado di
raggiungere. Averincev sembra dunque proporre l’incontro
tra Atene e Gerusalemme nella forma di un dialogo nel
quale la ragione si dimostra capace di rinunciare alla
sua pretesa autosufficienza e di mettersi in ascolto
della parola rivelata, accogliendo così la verità di
fede quale premessa irrinunciabile ad una efficace
ricerca speculativa.
Rispetto a questo approccio in cui
la conoscenza di fede ordina e guida i passi della
ragione, l’esempio bontadinino si muove in una direzione
per certi aspetti antitetica. Il maestro della Cattolica
si è sempre dimostrato insoddisfatto rispetto alla
soluzione fideista (da lui abbracciata negli anni
giovanili). Non la critica a livello di scelta
esistenziale, né esclude ch’essa possa rivelarsi una
preziosa chance per l’uomo. Bontadini nega
piuttosto che un approccio filosofico marcatamente
fideista possa fornire una base solida alla costruzione
di una metafisica razionale (obiettivo al quale egli
dedicò la vita). A suo avviso bisognerebbe avere maggior
fiducia nella ragione: se ciò a cui si mira è la verità
(intesa come verità stabile, come epistéme[3])
non si può che confidare nella forza del logos ed
accettare ch’esso assurga a giudice anche della
ragionevolezza della fede.
Utile quindi nel corso di questa
nostra due giorni di studio, il confronto con un autore
che, pur condividendo con Averincev un comune orizzonte
di fede, sembra gestire la dialettica fede/ragione in
modo sensibilmente diverso. Cercherò di farlo in modo,
per quanto possibile, schematico.
Conoscere e volere, verità e
fede.
1.1 Alcuni rilievi
preliminari.
Chiedere alla riflessione filosofica
di sciogliere le aporie legate al rapporto tra fede e
ragione significa, in fondo, riconoscerle un “primato
conoscitivo”. Come a dire: se ciò che andiamo cercando è
una verità stabile, capace di superare le mere opzioni
soggettive (ed in grado di dar conto della propria
validità) è al logos che dobbiamo rivolgerci. Il
filosofare – e segnatamente la riflessione metafisica –
tende naturalmente alla verità stabile (all’epistéme)
come suo fine agognato e la ragione è lo strumento
attraverso cui il pensiero cerca di appagare tale
desiderio di verità. Come esseri razionali, come
filosofi, ovvero come amanti di un sapere capace di
dimostrare la veridicità delle proprie affermazioni, noi
aspiriamo infatti ad una tale verità incontrovertibile.
In quanto persone coinvolte nel
flusso della vita, però, noi non desideriamo una verità
qualsiasi: ciò cui aspiriamo realmente è una verità in
grado di dar senso alla nostra esperienza, una verità
capace di riconoscere la razionalità della vita stessa.
In questo nostro indagare noi scommettiamo
sull’intelligibilità dell’esperienza, sul suo valore e
sulla possibilità di un suo fondamento razionale. Se
siamo onesti non possiamo non riconoscere come noi tutti
– con le forme, i modi, le certezze e le debolezze
proprie di ciascuno – quando ci apprestiamo ad
affrontare il nodo del rapporto tra ragione e fede non
lo facciamo certo da spettatori disinteressati, bensì
come parti in causa. Questo problema ci interroga
direttamente e, per così dire, “integralmente”, in
quanto una parte di noi ha già deciso “la sua verità” ed
ora chiede conforto alla ragione circa la ragionevolezza
di questa sua scelta di campo. Siamo, per così dire, già
“imbarcati” prima ancora di cominciare a riflettere
filosoficamente. La nostra opzione (scommessa!)
sull’esito sperato fa parte del nostro stesso
cominciamento.
Come uomini e donne di fede, infine,
noi crediamo nella possibilità di un fondamento
trascendente capace di salvaguardare e difendere il
senso ed il valore dell’esperienza umana. Lo facciamo in
quanto abbiamo avuto notizia di una simile possibilità
grazie all’annuncio offertoci da testimoni attendibili;
grazie all’esempio di una comunità che ci ha accolti nel
seno di una tradizione autorevole; grazie
all’insegnamento di maestri che si sono guadagnati la
nostra fiducia ed ai quali ci siamo affidati. Lo
facciamo, anche, grazie ai frutti di quella stessa
speranza che, sotto diverse forme e modalità
d’espressione, abbiamo voluto/saputo riconoscere nel
corso della nostra vita.
La complessità dell’esperienza umana
si articola quindi su di una pluralità di dimensioni,
distinte tra loro ma, nel contempo, profondamente
interconnesse. L’umano è questa complessità
originaria, fatta di ragione, di desiderio, di fede.
1.2 Provando a
discriminare le coordinate essenziali di tale
complessità, penso si possa iniziale distinguendo le due
principali dimensioni su cui si articola l’esperienza
umana. Da un lato il conoscere, quale espressione
consapevole del logos (ragione); dall’altra la
volontà, forza motrice dell’azione pratica (desiderio).
Queste due dimensioni si caratterizzano per una loro
propria “grammatica”, oltre che per una specifica
“tensione intenzionale”. Sarà quindi nostra cura provare
a indicarne gli aspetti peculiari. Successivamente,
cercheremo di metterne in luce i punti di contatto e le
reciproche connessioni.
1.3 In prima
approssimazione possiamo così definire i due
pilastri essenziali attorno ai quali si costruisce la
complessità dell’esperienza umana:
Il conoscere in primo luogo.
Esso si caratterizza per un approccio
teoretico/contemplativo alla realtà. Il conoscere vive,
per così dire, di evidenze. Il suo regno è quello
dell’incontrovertibilità, dell’evidenza, della
trasparenza dell’essere.
Il conoscere aspira alla verità
delle cose più che ad una loro possibile fruizione. Il
suo arco intenzionale termina infatti nella realtà in
quanto conosciuta, ovvero nel possesso concettuale
(ideale) della realtà stessa. Il conoscere, inoltre, si
caratterizza per una propria tensione interna:
formalmente esso si costituisce come sapere della
totalità, nel senso che esso si determina come il luogo
(l’orizzonte) entro il quale l’Intero si rivela[4].
Tale darsi dell’essere al/nel conoscere, tuttavia, è
sempre un darsi determinato, parziale. Si conosce l’ente
– al più gli enti – mai l’essere nella totalità concreta
delle sue determinazioni. Di qui l’incessante
superamento del dato immediato da parte del conoscere,
la sua insoddisfazione, la continua tensione verso un
ampliamento della sua conoscenza dell’Intero. La
coscienza, in questo modo, si ritrova avvinta in una
contraddizione insanabile: formalmente essa è
apertura all’Intero (identità di essere e pensiero);
di fatto, essa ha invece a che fare solo con la
parte, col frammento o, la più, con una gran massa di
frammenti. La coscienza è quindi spinta ad un’incessante
superamento di tale posizione di steresi, mossa
dall’esigenza di ritrovare una propria equazione con
l’Intero. Questa la radice del dinamismo tipico del
conoscere.
La volontà (desiderio). Essa
si contraddistingue, rispetto al conoscere, in virtù del
suo strutturale sporgersi oltre il piano
dell’immediatezza. Il desiderosi caratterizza, infatti,
per il suo tendere verso ciò che non si offre
nell’immediato ma che, al limite, in esso si lascia solo
annunciare[5].
Notiamo fin d’ora che –
contrariamene a quanto avviene per il conoscere – quando
si desidera qualcosa la coscienza ha a che fare in modo
immediato col significato della cosa e solo tramite esso
(quindi mediatamente) con la realtà. La volontà, dunque,
sceglie per l’esistenza reale (in re) di ciò cui
il significato rimanda. Rispetto alla sfera del
conoscere, dove il sapere è visto come il fine cui
tendere, nel caso del desiderio il sapere rappresenta
pertanto il mezzo (in quanto anticipazione ideale)
attraverso il quale “agganciare” praticamente la realtà
desiderata.
In ragione di questo sporgersi della
volontà oltre l’orizzonte dell’evidenza e
dell’immediatezza – e dunque dell’incontrovertibilità –
essa è necessariamente esposta al rischio dell’errore.
Quante volte, infatti, il desiderio deve fare i conti
con la frustrazione!
1.4 Su questa struttura
bipolare si radica la distinzione tra verità e fede.
Proviamo ad offrirne una prima, schematica, definizione.
La verità è il fine cui tende
la ragione epistemica. Qui il termine verità viene
assunto in senso forte, ovvero non soltanto come dizione
del vero, ma come sapere veritativo capace di
dimostrarsi tale in modo incontrovertibile[6].
In questa specifica accezione – tipica dell’indagine
metafisica – la verità si configura come un sapere
incontrovertibile dell’incontrovertibile. Un sapere,
quindi, che non può essere negato in virtù
dell’immediatezza e dell’incontrovertibilità con la
quale si offre al pensiero. Tre le forme che un tale
sapere può assumere:
a) come evidenza fenomenologica:
ovvero come presentarsi di ciò che è, nei limiti e nelle
modalità in cui questo si offre (entità logica,
fattuale, mentale). Siamo qui sul piano della datità
immediata di coscienza.
b) come evidenza logica:
ovvero come immediatezza logica. Esempio principe di
tale tipo di evidenza è il principio di non
contraddizione. Altri esempi sono le verità analitiche
(quali “il tutto è maggiore delle parti”) le quali altro
non sono se non individuazioni del principio di non
contraddizione.
c) come mediazione necessaria:
ovvero come quel contenuto di coscienza che appare
incontrovertibile – e dunque evidente – al termine di un
discorso dimostrativo necessario (verità inferenziale).
Si tratta quindi di un’immediatezza per aliud.
L’evidenza e l’incontraddittorietà,
dunque, rappresentano i “parametri” in base ai quali è
possibile garantire la verità di ogni singolo passo
condotto lungo il cammino speculativo.
La fede (o certezza)
rappresenta invece la convinzione pratica nella
veridicità di un determinato stato di cose. Essa, agli
occhi della ragione speculativa, appare come un sapere
trattato in actu exercito come incontrovertibile,
ma che, in sé, non è in grado di mostrare la propria
incontrovertibilità, restando in tal modo
speculativamente controvertibile (e dunque suscettibile
di errore).
In altre parole la fede “tiene per
vero” ciò che, di per sé, non è capace di dimostrarsi
tale. Essa rappresenta dunque un sapere di fatto
incontrovertibile di ciò che per sé si mostra
come logicamente controvertibile[7].
1.5 Si faccia
attenzione: qui non stiamo ancora parlando
specificatamente di fede religiosa (la quale rappresenta
tuttavia un tipo particolare di certezza), ma in
generale di un contenuto di coscienza vissuto
praticamente come vero (in virtù di ragioni non
riconducibili strettamente alla ragione speculativa)
benché incapace, per sé, di dimostrare razionalmente la
propria incontrovertibilità. Così intesa, la fede si
rivela quindi come la situazione tipica della nostra
esperienza quotidiana. Noi viviamo comunemente nella
fede e solo occasionalmente nella verità.
La fede è dunque
quell’atteggiamento pratico in base al quale si
acconsente a qualcosa (reputandolo conforme al vero)
senza che se ne abbia evidenza razionale. La sua
verosimiglianza – quanto alla stabilità ed
all’incontrovertibilità (soggettiva) con la quale viene
vissuta – poggia non su un “vedere”, bensì su un
“volere”: (ci) si decide per la verità di ciò in cui si
crede, e lo si fa sulla base di una serie di ragioni
diverse dall’evidenza epistemica. In questo senso la
fede anticipa l’evidenza del conoscere,
scommettendo in favore della verità creduta.
Sulla circolarità di fede e
ragione
2.1 Torniamo ora al rapporto
tra il volere e conoscere e soffermiamoci a guardare la
loro reciproca relazione. Quando il desiderio raggiunge
il suo bene voluto, non è solo il volere ad essere
soddisfatto. Lo è pure il conoscere. Infatti col
raggiungimento dell’oggetto desiderato il conoscere vede
dischiudersi una determinazione dell’essere cui, sulla
base della sola evidenza immediata (o mediata in modo
necessario), non sarebbe mai giunto.
Alla fine dell’arco del desiderare (se
quest’ultimo giunge al possesso reale del bene voluto)
si assiste infatti ad un ampliamento d’orizzonte
dell’attualità presente. Da qui emerge la connessione
(circolarità) tra sapere e volere; tra la dimensione
contemplativa del conoscere e la dinamicità propria
dell’azione[8].
2.2 Il sapere si dimostra
interessato al dinamismo del desiderio ed alla
spregiudicatezza dell’azione, in quanto quest’ultima è
in grado, di fatto, di ampliare l’orizzonte
dell’apparire, portando all’evidenza determinazioni
dell’essere sempre nuove. Di più: la fede è lo strumento
soggettivamente più efficace in vista di un ampliamento
progressivo della nostra conoscenza epistemica
sull’essere[9].
La verità, dunque, non può
fare a meno della fede: non solo perché quest’ultima
rappresenta una dimensione originaria dell’umano, ma
anche (e direi soprattutto) perché la fede si rivela
strumento necessario al progressivo dischiudersi
dell’essere al conoscere. Senza di essa il logos
si vedrebbe limitato entro poche (benché preziose)
verità prime e schiacciato sull’evidenza del mero dato
immediato, senza possibilità di ampliare il suo sguardo
sull’Intero.
D’altro canto, neppure l’azione è
estranea al conoscere. Al contrario, essa si radica
sulle conoscenze già acquisite dalla ragione,
utilizzandone i concetti come mezzi per l’ottenimento
dei suoi fini. L’azione, inoltre, presuppone come sua
condizione essenziale, la consapevolezza della
possibilità reale del termine cui tende; dipende quindi
dalla razionalità del logos quanto alla
ragionevolezza del proprio desiderio (desiderare ciò che
si sa impossibile significa infatti cadere nella
follia).
2.3 Cominciano così a
delinearsi i tratti della circolarità originaria tra
fede e ragione: da un lato sappiamo infatti che la
verità vive (anche) del suo rapporto strutturale con la
fede, ovvero che essa non può fare a meno di un uso
consapevole della certezza quale possibilità pratica al
dischiudersi di determinazioni sempre nuove dell’essere
(inevitabilità della fede). Dall’altro, abbiamo
messo in luce come la fede si regga sulla ragionevolezza
e sull’incontraddittorietà dei propri desiderata,
sulla loro vero-simiglianza (razionalità della fede).
2.4 L’intimità di fede e
ragione non deve però far scordare ciò che le distingue:
la ragione speculativa si sostanzia della sicurezza e
dell’indubitabilità dell’epistéme. La fede, al
contrario (benché cerchi di garantirsi una propria
solidità razionale) non può mai divenire altro da sé,
senza con questo negarsi (facendosi, essa stessa, verità
epistemica). La fede non può infatti liberarsi dal
rischio dell’errore, al quale è strutturalmente esposta,
se non al prezzo di cadere nella gnosi.
La fede, benché capace di offrire al
conoscere delle chances che altrimenti gli
sarebbero precluse, opera propriamente su una dimensione
diversa rispetto a quella del sapere speculativo. Essa
ha infatti a che fare con la dimensione pratica
dell’esperienza umana e può quindi costituirsi come
certezza, di fatto, indubitabile a dispetto (o al di là)
delle possibili riserve sollevate sul piano prettamente
speculativo. La fede gode cioè di ragioni (e per i più
fortunati di evidenze) le quali – pur non riconducibili
a formalità dimostrativa incontrovertibile – sono
sufficienti a “cementare” una certezza esistenziale
capace di resistere alle insidie del dubbio. Ciò non di
meno la fede pur non essendo necessariamente abitata dal
dubbio (come invece vorrebbe Emanuele Severino) è
strutturalmente esposta al rischio dell’errore. Ciò
nonostante essa vive tale rischio non come un freno,
bensì come una sfida nella quale mettersi in gioco,
convinta della bontà della propria scelta.
2.5 Da quanto detto fino ad
ora emerge come fede e ragione “funzionino” e siano
reciprocamente fruttuose solo quando operano all’interno
della suddetta circolarità e nel rispetto delle
rispettive peculiarità. Allora esse si alimentano e
sorreggono l’un l’altra. Altrimenti?
La ragione isolata porta ad un
intellettualismo sradicato dalla vita, ad una chiusura
nella mera formalità logica, sorda agli stimoli ed agli
appelli dell’esperienza quotidiana. In questo Averincev
coglie senza dubbio nel segno. La posizione di Severino
può apparire in tal senso paradigmatica: stando al
dettato del suo magistero, qualora le certezze
dell’esperienza concreta dovessero opporsi alla verità
del logos… tanto peggio per la vita! Certo
l’inconveniente potrà risultare spiacevole, ma sempre e
soltanto di mero inconveniente si tratterebbe[10].
D’altro canto la sola fede, la quale
rifiutasse la “protezione” della ragione ritenendola
eccessivamente rigida e formalistica, cadrebbe
inevitabilmente in un fideismo incapace di dar ragione
delle proprie convinzioni. Una fede muta rispetto alla
possibilità di giustificare la proprie certezze, di
argomentare ragionevolmente le proprie speranze, si
rivelerebbe inoltre disarmata nel confronto le fedi
altrui – religiose o meno che siano – divenendo in tal
modo facile preda dell’irrazionalità e del fanatismo.
2.6 Passando poi ad
analizzare il particolare rapporto che lega la fede
religiosa al logos epistemico, si nota come anche
in questa specifica configurazione del rapporto tra
verità e certezza la “relazione nella diversità”
continui a rappresentare la cifra distintiva della buona
reciprocità. La fede chiede infatti alla ragione
garanzie di senso quanto alla possibilità
(non-contraddittorietà) della rivelazione. Se possibile,
la fede chiede alla ragione non solo una “garanzia
negativa”, ovvero l’incontraddittorietà dell’esistenza
di Dio, ma una positiva affermazione circa la necessità
di un fondamento trascendente. In quest’affermazione
(per quanto astratta, e povera di determinazioni
concrete) la fede trova infatti conforto e conferma alla
sua decisione di accogliere l’annuncio della
rivelazione. La fede ha quindi bisogno (anche) di una
metafisica capace di aprire, per quanto possibile, lo
spazio di senso entro il quale può venir vissuta
(ragionevolmente) la fede religiosa.
Considerazioni sul conflitto tra
fides et ratio
3.1 Cosa fare quando fede e
ragione si trovano in conflitto? Come sanare l’eventuale
contrapposizione tra verità di fede e verità di ragione?
Benché la due domande appaiano simili, siamo in realtà
di fronte a problemi che vanno affrontati secondo
prospettive diverse.
Proviamo a vedere più da vicino la
prima questione: cosa succede quando fede e ragione
confliggono? È opportuno aggrapparsi con fiducia alle
convinzioni di fede, oppure bisogna corrispondere con
coraggio al dettato di un freddo razionalismo? A mio
avviso, interrogarsi sul problema in questi termini
significa affrontare una questione mal posta: non
esiste, infatti, una ragione in generale cui si oppone
una fede in generale. Non siamo cioè costretti ad una
scelta netta tra due atteggiamenti antitetici. In realtà
ciò che accade è, più banalmente, il conflitto tra
alcune determinate convinzioni di fede cui si
contrappongono alcune obiezioni razionali. In questi
termini, appare evidente come il conflitto vada sanato –
caso per caso – attraverso il riconoscimento delle
rispettive prerogative e dei rispettivi “limiti di
campo”.
Qualora l’oggetto del contendere
riguardasse propriamente la sfera della fede, oggetto
sul quale la ragione epistemica non è in grado di
pronunciarsi incontrovertibilmente, è chiaro che il
conflitto potrebbe derivare da un’immotivata ingerenza
della ragione oltre i confini della sua giurisdizione.
Di converso, la fede entra in conflitto con la ragione
ogni qual volta pretende di porre sulle proprie certezze
il sigillo della verità incontrovertibile. Questo
avviene quando la fede non si accontenta di vivere la
propria certezza con speranza e convinzione, ma la
vorrebbe anche al sicuro dall’errore e solida al punto
da poter negare (incontrovertibilmente) ogni possibile
obiezione[11].
3.2 Per quanto concerne,
poi, la contrapposizione tra verità di fede e verità di
ragione, essa si fonda su un uso improprio del termine
“verità” quand’esso viene riferito alle convinzioni di
fede.
La verità, in termini rigorosi
(ovvero intesa come epistéme), si predica infatti
della sola ragione, in quanto affermazione
incontrovertibile dell’incontrovertibile. Nel caso della
fede, invece, il termine “verità” viene impiegato in
modo analogico e serve a sottolineare la solidità
soggettiva del contenuto di fede: la “verità” della fede
fa infatti riferimento all’incontrovertibilità con la
quale si vive (praticamente) la propria certezza.
Questo, tuttavia, non può far dimenticare la
controvertibilità logica dell’oggetto creduto (la sua
incapacità di negare, incontrovertibilmente, la
possibilità della propria tesi contraddittoria e,
quindi, di mettersi al sicuro dal rischio dell’errore).
Se si parla di verità in senso forte
ci si pone necessariamente sul piano del logos e
non si può che riconoscere il primato della ragione sul
suo terreno proprio. Una “verità di fede”, a rigore, è
un ossimoro, sarebbe come affermare
un’incontrovertibilità controvertibile[12].
3.3 “Verità di fede”
rappresenta dunque un’espressione metaforica, capace di
svelare il suo “contenuto di verità” solo una volta
collocata sul terreno che le è proprio, ovvero sul piano
della fede vissuta (e non del conoscere inteso come
sapere stabile). Tale espressione indicherà allora quel
contenuto di coscienza esperito esistenzialmente con la
solidità e la concretezza di una verità epistemica. E
questo sulla base di ragioni non riconducibili
strettamente alla sfera del logos[13].
In quest’ottica si chiarisce anche
il riferimento alla “retta ragione”, spesso indicata
come doveroso habitus intellettuale, necessario
per conciliare i dettami del logos con gli
insegnamenti della rivelazione.
In realtà la ragione, di per sé, non
può essere che retta. Definirla tale è ridondante… a
meno che, di nuovo, non si usi tale espressione in senso
metaforico, per indicare cioè quella disponibilità della
ragione a lasciarsi guidare dalla fede qualora da sola
non fosse in grado di giungere ad un possesso sicuro
della verità. Una ragione che, pur senza abdicare a se
stessa, sappia dunque riconoscere i propri limiti. Una
ragione che, anche qualora dovesse trovarsi ad
affrontare un conflitto pratico tra ciò che crede di
sapere razionalmente e ciò che la fede le insegna, sia
sempre disposta ad interrogarsi con umiltà sulla
solidità delle proprie costruzioni logiche, consapevole
dei suoi limiti e della facilità di confondere
l’illusione con la verità.
È chiaro però che, di fronte
all’incontrovertibile, la fede non può che piegarsi (i
beati non credono in Dio, conoscono Dio); ma qualora non
vi fosse una simile evidenza, la “retta ragione” è
quella che sa prestare credito alla fede. Non certo per
pensare di meno, ma per pensare di più, sciogliendo i
nodi dell’apparente contraddizione tra ciò che la
ragione sembra implicare e ciò che la fede invita a
credere.
Dire il vero e conoscere la
verità.
4.1 Ritengo utile introdurre
ancora una distinzione che reputo strategica al fine di
una corretta impostazione del rapporto tra fede e
ragione. Essa riguarda la distinzione tra verità
saputa (ovvero quel sapere capace di dar ragione di
sé, la verità come sapere incontrovertibile
dell’incontrovertibile) e “verità” creduta o voluta
(ovvero la certezza intesa come sapere soggettivamente
incontrovertibile di ciò che, alla luce della sola
ragione, è incapace di dar prova della propria
incontrovertibilità e che deve quindi la sua saldezza ad
un atto di volontà). È infatti possibile dire
materialmente il vero senza saperlo formalmente come
tale. È cioè possibile dire il vero (quanto al contenuto
materiale del giudizio) indipendentemente dalla capacità
di possederlo (dimostrandolo) secondo la formalità
epistemica della ragione speculativa[14].
4.2 Bisogna quindi
distinguere la verità logica, espressa nel
giudizio, ovvero la conoscenza incontrovertibile del
vero espressa dal logos (la verità in senso
proprio, epistemico), da quella che potremo chiamare la
verità ontologica, intesa come la verità
dell’essere (il suo essere così e non altrimenti) a
prescindere dal suo darsi come contenuto
incontrovertibile di coscienza[15].
Diverso, infatti, è dire
una cosa vera senza saperla (o poterla) dimostrare – e,
quindi, senza poter dimostrare di dire il vero – dal
poter affermare qualcosa, mostrando nel contempo,
l’impossibilità della sua negazione. Nel primo caso la
formalità del discorso non riesce a tenersi in pari col
suo contenuto; nel secondo si assiste alla perfetta
equazione tra forma (l’incontrovertibilità del logo) e
contenuto (l’innegabilità del vero).
4.3 La fede crede dunque
nella verità delle proprie certezze; crede cioè di
affermare il vero, di esprimere correttamente la
realtà dell’essere (vero ontologico). Nel far questo,
però, non può pretendere che la sua fede esprima,
formalmente, una verità in senso rigoroso (ovvero una
verità epistemica), altrimenti non sarebbe più
espressione di fede ma gnosi.
La fede ha certamente un contenuto
di sapere, in quanto si riferisce ad uno stato di cose
sulla base di determinate ragioni. Essa, però, non
rappresenta propriamente un sapere in senso forte
(rigoroso), in quanto non è in grado di eliminare la
possibilità dell’errore attraverso la negazione della
propria contraddittoria[16].
Questo margine d’errore, questa distanza che separa la
conoscenza di fede dal sapere epistemico dovrebbe quindi
esprimersi nelle forme di una “verità indebolita”, dove
il termine “verità” è utilizzato in senso analogico per
sottolineare la solidità pratica della convinzione
(l’indubitabilità soggettiva) e la “debolezza” – ben
lungi dal cedere a mode deboliste – sta ad indicare la
necessaria consapevolezza della non incontrovertibilità
della fede stessa. Di qui ne consegue anche la
consapevolezza dello iato che inevitabilmente separa la
fragilità della fede dal possesso esaustivo della verità[17].
Questo deve renderci avvertiti
rispetto alla tentazione di un uso “arrogante” del
termine verità quando riferito ai contenuti di fede.
Isolare la fede dal rischio cui è costitutivamente
esposta, pretendere di esaurire il mistero della
trascendenza entro i confini di una determinata
espressione di fede (per quanto autorevole) rappresenta
una tentazione cui l’uomo fatica a resistere.
4.4 All’uomo di fede,
troppo spesso, non basta la speranza nella verità. La
certezza con la quale aderisce alla rivelazione sembra
una forma troppo debole rispetto alla grandezza
dell’annuncio. Nasce quindi spontaneo il desiderio di
far corrispondere alla maestà del vero creduto (sul
quale, non a caso, viene costruita un’intera esistenza
personale) la solidità della verità epistemica. In
questo modo, nel suo essere attivo testimone della
rivelazione, il credente è tentato di porsi
nell’atteggiamento di colui che si fa portavoce di una
verità innegabile – al cui cospetto chiunque è tenuto a
piegarsi – piuttosto che nell’atteggiamento di colui che
annuncia con l’esempio e la testimonianza la
ragionevolezza della propria speranza.
Nel primo caso, sia detto per
inciso, il dialogo con chi non si riconosce in quella
stessa fede risulta estremamente difficile. L’uomo
infatti si piega (e neppure sempre) solo innanzi alla
verità innegabile, mosso dalla ragione, oppure di fronte
alla violenza dispotica, mosso dalla paura.
Nel secondo caso, invece, il
credente si apre al dialogo intersoggettivo sulla base
di una forte motivazione interiore, ma anche con la
consapevolezza del rischio che ogni fede porta con sé.
In questo caso il credente si dispone in un
atteggiamento di apertura rispetto alle (possibili)
buone ragioni dell’altro, anche quando queste fossero
critiche. Nel contempo, però, egli è capace a sua volta
di dar voce alle proprie convinzioni sorrette da buone
ragioni, di evidenze (per quanto sui generis), di
fiducia.
Concludendo
5.1 Il primo punto mi
sembra chiaro: l’invito che queste mie riflessioni –
sulla scorta dell’esempio bontadiniano – vorrebbero
suggerire è quello di un uso molto prudente della parola
“verità”. Pochissime proposizioni (spesso povere ed
astratte, per quanto fondamentali) possono fregiarsi di
un titolo simile. Di qui l’opportunità di maturare un
certo pudore per la verità. Essa richiede infatti
di essere rispettata, evitando di voler affermare come
(formalmente) vero ciò che non siamo in grado di
possedere in modo incontrovertibile.
La verità possiede tuttavia una
grande potenzialità liberante (e non certo violenta,
come vorrebbe parte della cultura contemporanea): la
verità libera infatti l’uomo dalla contraddizione, rende
sicuro il suo conoscere e retto il suo agire. Bisogna
quindi avere anche il coraggio del vero, ovvero
la fiduciosa consapevolezza che esso rappresenta un
oggetto possibile per l’intelligenza[18].
5.2 Pudore per la verità
significa inoltre onorarne il valore anche quando non
siamo in grado di raggiungerla appieno. Significa avere
di mira la verità anche quando il suo guadagno risulta
difficile. Come? Chiedendo sempre ragione delle proprie
affermazioni, mettendole alla prova, cercando di
saggiare la loro resistenza dinnanzi alle opinioni
contrarie.
In questo senso,
rispettare la verità non significa certamente dover
rinunciare alle buone ragioni che sorreggono le nostre
convinzioni ma, semplicemente, mantenere viva in noi la
consapevolezza che ciò che affermiamo (quasi sempre) non
è una verità epistemica. Se vogliamo essa è, al più, una
“verità umana”, limitata e contingente.
5.3 Rispettare la verità
significa, infine, cercare di dar vita ad un sapere
vero-simile anche quando, come nel caso dell’etica,
saremo chiamati ad interrogarci su fatti che non hanno
carattere di necessità. Fatti sui quali il giudizio non
riesce a costituirsi come espressione di un sapere
incontrovertibile. Anche in questi casi, infatti,
interrogheremo l’esperienza sapendo che non tutte le
opinioni sono equivalenti (contro il relativismo) e
cercando di discriminare, alla luce degli insegnamenti
del logos, le ragioni che si riveleranno migliori
delle altre (maggiormente simili al vero quanto a
stabilità e forza).
5.4 Concludendo, non credo
che si debba restare all’interno del conflitto tra il
credo ut intelligam e l’intelligo ut credam,
bensì occorre mettere questi due atteggiamenti in
circolo: devo credere per cercare la verità (per
conoscere). Se il mio filosofare non fosse mosso
dall’interesse per una data verità, se non avessi
fiducia nella sua possibilità, volgerei infatti altrove
le mie energie. Del resto, come ricorda l’adagio,
nessuno è più cieco di chi non vuol vedere (e ciò vale
per tanta parte dell’antimetafisica contemporanea).
Dall’altro lato, per credere consapevolmente e
ragionevolmente devo conoscere, devo cioè provare la
razionalità della mia fede. Questo è un compito non
banale; questa la sfida a cui il dialogo tra Atene e
Gerusalemme ci invita.
[1] S.
AVERINCEV, Atene e Gerusalemme. Contrapposizione e
incontro di due principi creativi (1971), Donzelli
Editore, Roma, 1999.
[2] Ibidem.
[3] In questa
sua solidità, in questa sua capacità di “stare” (stéme)
e di imporsi “sulle” (epí) proprie possibili
negazioni, risiede il senso originario della verità come
epistéme.
[4] Mi rendo
conto del tratto brachilogico di questi passaggi. Una
loro esaustiva determinazione costringerebbe però a
superare i limiti imposti a queste note. Per una loro
trattazione più articolata si rimanda a G. BONTADINI,
Saggio per una metafisica dell’esperienza, Vita e
pensiero, Milano, 1995; IDEM, Conversazioni di
Metafisica, Vita e Pensiero, Milano, 1995; P.
GREGORETTI, Sul rapporto tra filosofia e religione,
Edizioni università Trieste, 2000; IDEM, La religione
nell’incontro di ragione e fede, Aa.Vv., La
questione di Dio oggi, Piemme, Casale Monferrato
1989, pp. 61-74; E. SEVERINO, La struttura originaria,
Adelphi, Milano, 1981; IDEM, Studi di filosofia della
prassi, Adelphi, Milano, 1984; C. VIGNA, Ragione
e religione, Celuc, Milano, 1971; IDEM, Il
frammento e l’intero, Vita e Pensiero, Milano, 2000.
[5] La
volontà muove infatti dalla presenza “ideale”
(concettuale) dei suoi desiderata. In questo caso
il concetto rappresenta un semplice rimando al vero
oggetto del desiderio (la realtà concreta). Mentre il
conoscere tende ad un possesso concettuale (“ideale”)
della realtà, il desiderio, per dirsi soddisfatto, non
si accontenta di cogliere il concetto della cosa, esso
vuole la realtà “in natura”. “Volere”, “desiderare” sono
verbi che esprimono un bisogno, denunciano una mancanza
che chiede d’essere colmata. Si vuole ciò che non si ha.
Si desidera ciò di cui ci si sente bisognosi.
[6] Osserva
Severino: «Verità è sintesi dell’asserto e della
validità o fondazione assoluta dell’asserto (dove
‘validità’ e ‘fondatezza assoluta’ significano capacità
assoluta di toglimento di ogni negazione dell’asserto):
sintesi di ciò che è detto e del valore
assoluto di ciò che è detto. […] pertanto la
semplice posizione dell’asserto […] non è ‘verità’: se
‘verità’ è la sintesi del contenuto e del valore del
contenuto, un momento della sintesi non è ‘verità’». E.
SEVERINO, Studi di filosofia della prassi, cit.,
p. 99.
[7] «È
inerente nella posizione problematica la credenza
(proprio nel senso di ‘far credito’) nella possibilità
di arrivare a conoscere tanto della realtà intorno a cui
si discute, quanto basti per dare una risposta al
problema. Nella stessa guisa colui che cammina crede nel
terreno che sosterrà il suo passo, che non gli ceda
innanzi. Senza tale credenza, senza tale disposizione
che diremo aggressiva, la coscienza non si accingerebbe
a risolvere il problema». G. BONTADINI, Saggio di una
metafisica dell’esperienza, cit., p. 29.
[8] Detto per
inciso: il conoscere non sempre, necessariamente, un
“volere conoscere”. Il pensare, in quanto relazione
intenzionale all’essere, si rivela, in prima battuta,
come coscienza del dato d’esperienza la quale, appunto,
si offre al conoscere come un che di dato, di
rivelato alla coscienza senza che questa possa dirsi
potente sul dato stesso. La realtà dell’esperienza ci
interpella anche senza il nostro consenso, e molte volte
non vorremmo “conoscere” ciò che è dato esperire.
Tuttavia, la logica di queste nostre riflessioni, tende
a sottolineare il valore conoscitivo della volontà
intesa come strumento prezioso per ampliare
consapevolmente le determinazioni dell’esperienza
immediata.
[9] Il
conoscere mosso dalla mera ragione speculativa è infatti
incapace di decidersi di fronte a opzioni in sé
incontraddittorie e, quindi, ugualmente possibili. In
questo senso la volontà, se da un lato mette a rischio
di errore la ragione col suo forzarla in favore
dell’opzione creduta, dall’altro le offre la possibilità
– qualora la volontà riesca a fruire del suo oggetto di
desiderio – di godere di una porzione dell’Intero
altrimenti inaccessibile.
[10]
Un’ulteriore osservazione sulla posizione severiniana
può risultare illuminante: in lui la fede gioca la sua
partita esclusivamente sul piano del conoscere. Essa
rappresenta cioè una forma (imperfetta) di sapere e,
sulla base di questa riduzione, viene sottomessa e
negata dalla ragione. La fede, però, non rappresenta
propriamente una forma di conoscenza, bensì
un’esperienza vissuta. Essa descrive una dimensione
esistenziale soggetta ad una formalità diversa (benché
non opposta!) rispetto alla ragione epistemica e le cui
ragioni di fondo – pur soggette al principio di non
contraddizione – si radicano su motivazioni diverse
rispetto alla logica dell’incontrovertibilità.
[11] Questa
capacità di ridurre al silenzio la tesi opposta è
caratteristica propria della verità (epistemica), la cui
solidità si regge proprio sulla negazione
incontrovertibile della propria contraddittoria. Se un
tal sicurezza la si pretende per la fede (e certo è una
tentazione molto forte quando ci si confronta con le
fedi altrui, religiose o meno), allora si corre il
rischio di usare la “verità” di fede come una spada,
cercando di tradurre la propria certezza soggettiva in
regola oggettiva cui chiunque è tenuto a piegarsi.
D’innanzi alla verità vi può essere solo l’assenso che
sgorga dal riconoscimento dell’innegabile. La fede, al
contrario, può contare soltanto sulla sua
vero-similgianza, sulle sue buone ragioni, sulla sua
capacità di convincere. La verità, quando si esprime, è
assertiva. La fede è dialogica!
[12] Come
porsi, dunque, di fronte alla dottrina che predica
l’armonia tra fede e ragione? Semplicemente
riconoscendola come un’esigenza naturale della fede, la
quale crede nella possibilità di conciliare il proprio
credo (proprio in virtù della sua ragionevolezza) con il
dettato del logos. Tale fiducia nell’armonia tra
fede e ragione esprime dunque un postulato essenziale
della ragion pratica ma, in quanto tale, esso resta
soggetto, quanto alla sua verità, al giudizio della
ragion speculativa. Lungo questa linea, fino a che non
se ne possa offrire prova incontrovertibile, anche la
comune radice a quo di fides e ratio
resta, per la ragione speculativa, un problema.
[13] Si
pensi per un attimo al rapporto di coppia: quando amo e
scommetto sul rapporto che mi lega alla persona amata –
al punto da voler formare con lei una famiglia – sono
certamente convinto dell’amore di chi mi sta a fianco.
Non ne dubito, altrimenti non costruirei la mia vita su
quel rapporto. Eppure non posso provare
incontrovertibilmente la verità di questa mia fiducia
(non solo perché il marito …è sempre l’ultimo a sapere
le cose, ma più radicalmente perché la coscienza d’altri
resta per il soggetto un mistero sondabile). Non posso
quindi affermare la verità (epistemica) del nostro amore
– ed infatti sono sempre esposto al rischio della
delusione – eppure “so” di non ingannarmi, “sento” che
la mia fiducia è ben riposta, “vivo l’evidenza”
dell’amore che riconosco nei gesti, nelle prove e anche
nei silenzi della quotidianità. Posso dire di non essere
certo dell’amore della mia compagna? E mi cambia
qualcosa non poterlo dimostrare?
Nel contempo, però, quanta arroganza
nasconderebbe l’affermazione circa la verità
indiscutibile dell’amore altrui nei miei confronti;
quanta sfrontatezza dietro alla volontà di non
riconoscere la possibilità della delusione!
[14] Provo
a chiarire con un esempio. Se dico: “la mia macchina è
parcheggiata in strada”, ma io sono seduto comodamente
nel mio salotto, posso certamente affermare qualcosa di
“vero in sé” (se effettivamente la macchina è
ancora parcheggiata là dove io l’ho lasciata), ma non
posso mostrare l’incontrovertibilità della mia
affermazione. In fondo, io credo che la mia
macchina sia ancora là, ma non è in contraddittorio
(ovvero impossibile) pensare che qualcuno me l’abbia
rubata.
Un altro esempio: credo nella
sincerità di un amico. Dal suo comportamento abituale
penso di poter trarre buone ragioni per fidarmi di
lui e credo che i segni esteriori della sua
amicizia corrispondano alla sua vera disposizione nei
miei confronti. Sono quindi convinto della verità del
suo sentimento di amicizia. Ma posso dire di sapere
veritativamente (cioè in modo incontrovertibile) ciò
che lui prova effettivamente per me? Il suo mondo
interiore, non mi appare. Del resto, so della
possibilità di restare deluso; so bene che, anche nella
valutazione delle amicizie, l’errore è tutt’altro che
impossibile. Alla luce di queste considerazioni non
posso quindi affermare secondo verità (cioè in
modo epistemico) la genuinità del suo sentimento, e
tuttavia sono convinto della verità della nostra
amicizia. Confido cioè nel fatto che le cose stiano
effettivamente così come credo (e non altrimenti), che
alla mia fede corrisponda un identico stato di cose.
[15] In
questo senso la verità rivela il suo lato trascendentale
(secondo il dettato scolastico) in quanto si predica
universalmente di ogni ente (ogni ente è ciò che è, nei
modi e nei limiti in cui è, a prescindere dal suo essere
oggetto di sapere stabile). Volendo usare un’immagine,
potremmo dire che la verità logica è un sottoinsieme
della verità ontologica, nel senso che non vi può essere
verità logica che non esprima, contenutisticamente, una
verità ontologica. D’altro canto, è non è affatto
contraddittoria la possibilità di dire il vero
(materialmente) senza poterlo dimostrare formalmente
come tale.
[16] Ovvero
negazione del giudizio posto in relazione di
contraddittorietà rispetto al contenuto affermato come
vero. Sia x il giudizio affermato come vero, per
poter giustificare la pretesa di verità di x devo
poter negare ¬ x, cioè dimostrarne la
contraddittorietà. Stessa cosa per affermare la verità
di ¬ x (ad esempio la non assolutezza del
divenire) devo dimostrare la contraddittorietà della sua
contraddittoria, ovvero di x (nel nostro esempio,
l’assolutezza del divenire).
[17] La
fede correttamente intesa rappresenta quindi una forma
sapienziale, una sorta di saggezza pratica e non certo
una scienza (nell’accezione greca del temine epistéme).
[18] Qui il
riferimento va alla vulgata debolista che vorrebbe il
conoscere costretto entro l’angusta prigione del mero
frammento e della sua ermeneusi infinita. Non posso
sviluppare in questa sede un confronto diretto col
pensiero debole; permettetemi dunque un rimando al mio
Il problema etico nel pensiero di Gianni Vattimo.
considerazioni su forza e debolezza, tolleranza e carità,
in Etiche e politiche della post-modernità (a
cura di C. Vigna), Milano, Vita e Pensiero, 2003, pp.
283-301.