Federico Skodler, Istituto Internazionale J. Maritain,
Trieste
IL RAPPORTO MARITAIN – CHESTOV:
TRACCE BIOGRAFICHE E POSSIBILI AFFINITÀ INTELLETTUALI
Volendo rintracciare un collegamento
storico tra il filosofo personalista francese e
l’intellettuale russo in lotta contro tutti i sistemi
fondati sulla ragione, tale collegamento passa senza
dubbio per la figura del poeta Benjamin Fondane. Lev
Chestov e Jacques Maritain avevano anche altre amicizie
in comune1, ma
Fondane, per la particolare sintonia umana che ebbe con
entrambi i pensatori, riveste a tal proposito
un’importanza fondamentale2.
Fu durante una lunga traversata
atlantica, di ritorno dall’Argentina (ottobre 1936), che
Fondane ebbe la prima occasione di presentare a
Maritain, conosciuto da poco, il pensiero del suo
maestro Chestov. Solo pochi mesi più tardi, a Meudon,
sarà sempre Fondane ad introdurre Chestov in persona a
casa Maritain (6 marzo 1937). Durante il breve
colloquio, Maritain, conoscendo la passione dell’ospite
per l’Induismo, gli disse: «Spero proprio che Lei scriva
un libro a riguardo». «Forse, ma nell’altro mondo!», fu
la risposta sarcastica di Chestov. Già da questo scambio
di battute pare proprio che alla simpatia umana dell’uno
non corrispondesse da parte dell’altro altrettanta
disponibilità (almeno quanta Fondane si sarebbe
augurato). Questa asimmetria emergerà anche in
successive valutazioni di carattere teoretico.
Quel che conta è registrare tuttavia
il costante impegno di Fondane a promuovere un rapporto
tra i due. Infatti, nello stesso periodo (luglio 1937)
Fondane consegna alla Revue de philosophie3,
l’articolo “A propos du livre de Léon Chestov:
Kierkegaard et la philosophie existentielle”4.
Contemporaneamente, Maritain fa un rapido cenno a
Chestov nell’articolo “L’impossible antisémitisme”5,
dipingendolo come un testimone incomparabile della fede
ebraica: «D’une telle notion de la foi, et si
profondément juive, la philosophie de Chestov est un
témoin incomparable»6. Maritain presterà il testo a
Fondane e questo lo mostrerà a Chestov, che avrà modo di
esclamare: «Testimone incomparabile?! È evidente che
Maritain non ha mai letto un mio libro!». Di rimando
Fondane riferisce il contenuto di questa critica a
Maritain (che, come vedremo, sembra poi recepirla): «En
ce qui concerne Chestov, vous faites erreur. Sa
conception n’est pas spécifique au juif, mais à
la pensée juive»7.
Sarà ancora Fondane a segnalare a
Maritain l’uscita del libro di Chestov Athènes et
Jérusalem8, sarà
sempre lui a comunicarne la morte9.
Fin qui le annotazioni storiche di un incontro che
ulteriormente ci invita ad un confronto di carattere
teoretico.
Nel 1940 Jacques Maritain tiene una
conferenza in inglese dal titolo “Contemporary Renewals
in Religious Thought”. Qualche anno più tardi, il testo
della conferenza appare sotto forma di articolo in
francese, con una piccola ma significativa aggiunta di
poche righe dedicata a Chestov: «Chestov ha eroicamente
filosofato contro la filosofia», in una forma
contraddittoria «ma singolarmente profonda e potente del
pensiero religioso ebraico [in questa
sottolineatura sembra recepita la precisazione suggerita
in precedenza da Fondane - ndr] e dell’eterna protesta
d’Israele»10.
Nell’economia del testo, Maritain pone Chestov nella
scia di Kierkegaard, Barth, Berdjaev e Léon Bloy.
Proprio questa collocazione ci autorizza, in qualche
modo, ad “integrare” i brevi cenni dedicati
esplicitamente all’autore – in nome di una certa qual
vicinanza – con le considerazioni che Maritain fa degli
altri esistenzialisti, nel tentativo di ricavarne
un’opinione più articolata. Ecco che allora che la
vicenda di Chestov, associata soprattutto alla figura di
Kierkegaard11,
appare come una esperienza intellettuale travagliata, un
destino pieno di angoscia e istinto profetico. Con la
sua intelligenza solitaria e sfaccettata, Chestov non
può esser considerato in senso stretto né un filosofo né
un teologo. In lui, problemi come quello della libertà
sono postulati in termini tragici, sono caratterizzati
da una continua lacerazione interiore. Questa condizione
lo porta a condannare come un idolo della sicurezza
umana tutto ciò che è solidamente stabilito, assicurato,
fondato, specialmente riguardo al divino. Chestov giunge
a “sfidare” l’Onnipotente, chiedendogli addirittura di
modificare il passato. Ma in questo stato di lacerazione
interiore, Chestov si ritrova a dover fronteggiare
un’antinomia: perché “filosofare contro la filosofia”
significa pur sempre accettare di rimanere all’interno
della razionalità. Come scrisse a tal proposito
Berdjaev: «La penseé de L. Chestov, dirigée contre le
contraignant, prenait involontairement elle-même la
forme du contraignant»12
; Chestov combatteva quindi contro la conoscenza, e lo
faceva «sur le terrain même de la connaissance»13.
Ma potrebbe essere proprio questo, agli occhi di
Maritain, a render-lo prezioso e significativo per la
nostra epoca. Questo intellettuale profetico, a suo agio
con Nietzsche, Dostoevskij, Lutero, Pascal e con figure
bibliche come Abramo, Giobbe e Isaia, è un prezioso
stimolo grazie ad un pensiero che nasce dal cuore.
Infatti, in un testo successivo Maritain riconoscerà
esplicitamente come «Kierkegaard e Chestov abbiano
sperimentato più degli altri e fino in fondo all’anima,
quella specie di scardinamento o di la-cerazione che non
lascia né riposo né quiete, e che certamente non si
confonde con la fede nel Vangelo, che a volte persino,
come in Chestov, non è se non un desiderio di questa
fede, ma che viene dalla nostalgia infusa dal Vangelo e
nelle vene dell’umanità»14.
Per converso, già prima del loro
incontro, agli occhi di Chestov Maritain era solo un
professore di filosofia, un vero filosofo non
potrebbe trasmettere “verità”. Berdijaev si chiedeva:
«Le tout primarie et l’ultime sont-ils transmissibles ou
bien seulement le secondaire et le transitorie?»15.
È una domanda retorica per Chestov: la vera filosofia è
una pratica di morte, essa tende a rendere la visione
umana non più penetrante ma, al contrario, ancor meno.
Quindi non può certo essere trasmessa e insegnata come
pretenderebbe di fare Maritain.
In questa situazione di asimmetria,
quindi, pare proprio che non ci sia spazio per una vera
affinità intellettuale tra i due pensatori. Eppure come
si spiegano i tentativi di Fondane di mettere in
collegamento i due? Se allora qualche punto di contatto
è possibile e le due posizioni filosofiche non sono in
assoluto incommensurabili, ciò dovrebbe passare per
un’analisi della sensibilità di Fondane per entrambi i
pensatori, analisi che non può certo trovare spazio in
questo articolo. Fondane sembra indicarci una pista che
qui è possibile solo accennare. Mi limiterò quindi a
segnalare quelli che a mio avviso sono i punti di
possibile contatto e confronto tra Maritain e Chestov,
che meriterebbero senz’altro uno studio più esteso ed
approfondito.
La grandezza di Chestov, provando ad
articolare l’opinione di Maritain, sta quindi nel valore
che egli ripone nella soggettività, nella sua tensione
all’assoluto, nell’affermazione dell’indisponibilità
concettuale del vivente in quanto singolo. Questi sono
punti a cui il filosofo francese è molto sensibile,
perché, come vedremo tra breve, si ritrovano in più
punti della sua opera, tanto che si potrebbe parlare
addirittura di una tonalità esistenzialistica del
pensiero maritainiano. È invece incompatibile con il
personalismo il misconoscimento delle possibilità della
ragione e dell’intelligenza, che in Chestov risulta
mortificata: ciò che proprio non gli si può proprio
perdonare – agli occhi di Maritain – è «di avere
identificato la ragione con il Serpente»16.
Infatti, se il senso della trascendenza dell’assoluto è
indubbiamente il principio vitale dell’atteggiamento
impredicativo di Kierkegaard e Chestov, c’è in essi «una
specie di grandioso smarrimento, fatale per la dottrina,
e la loro colpa gravida di conseguenze è stata quella di
credere che per glorificare la trascendenza occorresse
spezzare la ragione, mentre bisogna umiliarla davanti al
suo autore e con ciò stesso salvarla»17.
È possibile, ci chiediamo, rintracciare in Maritain la
stessa umiltà della ragione, pur senza metterne a
repentaglio le potenzialità? È possibile forse parlare
di “Groundlessness” anche in Maritain? La risposta è
senz’altro affermativa. Anche in Maritain infatti è
salvaguardata una prospettiva di inconoscibilità: «La
soggettività in quanto soggettività non è
concettualizzabile, è un abisso inconoscibile per modo
di nozione, di concetto o di rappresentazione, per modo
di scienza, qualunque sia, introspezione, psicologia o
filosofia»18. Per
questo «non conosceremo mai a sufficienza ciò che c’è
nel più piccolo filo d’erba o nel più piccolo fremito
del ruscello»19.
Ecco un primo importante aspetto che ci autorizza a
parlare dell’esistenzialismo di Maritain. Esso
deriva non da una depotenzializzazione degli strumenti
conoscitivi, ma anzi dallo spingerli alla loro massima
estensione. Si tratta quindi di una esigenza teoretica
prima ancora che etica: «Il limite insormontabile contro
il quale urta la filosofia, è dovuto al fatto che questa
conosce senza dubbio i soggetti, ma li conosce come
oggetti, risulta totalmente circoscritta entro la
relazione intelligenza-oggetto, mentre la religione si
inscrive nella relazione tra soggetto e soggetto»20.
L’esistenzialismo di Maritain va
quindi senz’altro ricondotto alla prospettiva teoretica
di Tommaso d’Aquino, che non a caso supera di slancio la
metafisica sostanzialista di Aristotele scorgendo la
dimensione dell’esistenza, actus essendi.
Occorre sostare con attenzione, seppur brevemente, su
questo aspetto talvolta disconosciuto: l’ipotesi
teoretica che si profila nettamente in Tommaso consiste
proprio nel rilevare che per quanto gli strumenti
intellettuali possano essere sofisticati ed
accuratamente calibrati rispetto alla realtà esistente,
qualcosa di questa realtà sfuggirà loro
sistematicamente. L’intelligenza fa presa, per così
dire, sull’essenza: ma non solo l’essenza non svela il
mistero dell’esistenza, più oltre ancora l’esistenza
stessa non si lascia cogliere come un’essenza, non è
disponibile al concetto. Altro dall’essenza,
l’esistenza, actus essendi, non “si aggiunge” tuttavia
all’essenza come un accidente – come era giunta a
ritenere certa scolastica deteriore – ma perfeziona
l’essenza in un ordine del tutto diverso; dal punto di
vista teoretico, osserverà acutamente Etienne Gilson,
«si tratta propriamente di oltrepassare il piano
dell’essere sostanziale come tale. Non lo si può fare
senza concepire la forma, che è atto, come essente a sua
volta ultimamente atto nel suo ordine e tuttavia in
potenza in un altro. In altri termini ci si chiede di
concepire una potenzialità che non sia in alcun modo
quella della materia perché è quella di un atto»21.
«A dire il vero, – scriverà Maritain quasi a commento –
è una tesi estremamente ardita, perché qui la potenza –
l’essenza o struttura intelligibile, già compiuta nella
propria linea di essenza – è perfezionata o attuata da
un atto di un altro ordine, che non aggiunge
assolutamente nulla all’essenza in quanto tale,
struttura intelligibile o quiddità, ma che le aggiunge
tutto in quanto la pone extra causas o extra nihil»22.
Gilson e Maritain hanno rinvenuto, si potrebbe quasi
dire, il fondamento teoretico che impercettibilmente
alimenta e sorregge le vibranti intuizioni dei pensatori
esistenzialisti: hanno cioè individuato la sorgente che
mette fuori gioco in maniera definitiva la pretesa della
ragione di tutto dominare, di appropriarsi dell’essere e
della vita in un unico e sovrano gesto comprensivo. Ciò
non li ha condotti a nessun disprezzo della ragione, che
anzi in quanto capacità dell’uomo chiede di essere
dispiegata, ma piuttosto li ha guidati a rilevarne i
limiti costitutivi e, quindi, ad interrogarsi sul senso
etico-esistenziale di questi limiti. Il senso etico si
svolge drammaticamente su una gran varietà di versanti:
vi è l’avvertenza a non voler violare il mistero
dell’essere ed a rifiutare ogni suggestione di tipo
hegeliano, ma vi è anche la percezione acuta della
fatica e della precarietà che contraddistinguono ogni
percorso ed ogni conquista umana. Più ancora vi è la
partecipazione intensa all’agonia di ogni essere umano
che, irresistibilmente attratto dal divino, pure si
scontra con l’impossibilità della fusione, misurando ad
ogni passo la vicinanza e la distanza di Dio. Nel
mi-stero dell’esistenza che a tutto è partecipata e che
in nulla è esaurita o contenuta, secondo la splendida
lezione dello pseudo Dionigi, Maritain e Gilson
ritrovano il senso teoretico e poi etico della lotta di
Giacobbe, destinato a proseguire il cammino portando il
segno della lotta con l’angelo, segno del contatto reale
con un Dio che non si lascia mai catturare né conoscere,
ma che benedice il cammino e la ricerca.
Pertanto Maritain riconosce sì che
«l’esistenzialismo di Kierkegaard, di Kafka, di Chestov,
di Fondane è stato l’irrompere di una rivendicazione
essenzialmente religiosa, un’agonia della fede, il grido
della soggettività verso il suo Dio, e, nello stesso
tempo, la rivelazione della persona, nella sua angoscia
del nulla che è il non-essere nell’esistente, la
“incrinatura nell’esistente”»23;
ma sarebbe un errore molto ingenuo credere «che la
soggettività non abbia una struttura intelligibile,
adducendo il pretesto che la sua profondità è
inesauribile, e abolire in essa ogni natura per ridurla
ad un abisso assurdo di pura e informe libertà»24.
Infatti, «il delirio è permesso al profeta, è proibito
al filosofo. Né Kierkegaard né Chestov hanno saputo
rendere giustizia ai mistici, si sono ingannati in modo
crudele e alquanto meschino. Ciò nondimeno, essi
aspiravano senza saperlo all’esperienza e alle notti di
questi. Se cerchiamo di collocarli al giusto posto nel
regno dello spirito, bisogna volgere gli occhi non verso
la filosofia, ma verso quella contemplazione apofatica
in cui Dio è conosciuto come non conosciuto»25.
Apofaticità, per il filosofo, non significa silenzio
assoluto, ma consapevolezza dell’inadeguatezza del
proprio parlare.
Inoltre, anche per Maritain la
condizione umana risulta paradossale: essa è
«impossibile da vivere» a causa del contrasto tra
individualità materiale e personalità spirituale; c’è
conflitto anche tra persona e società, c’è lacerazione
tra aspirazioni connaturali e quelle transnaturali. La
condizione umana non può essere né rifiutata (filosofie
orientali), né accettata (filosofie occidentali)26.
Commenta Piero Viotto: «Non si tratta di accettare il
male di vivere, quasi che la condizione umana fosse
disperata ed irrisolvibile, ma di consentire alla
pena di vivere che è connaturale con la condizione
umana nel suo stato esistenziale di natura decaduta, ma
chiamata alla beatitudine eterna»27.
Non il solo Fondane aveva per amico
e maestro un intellettuale “difficile” da trattare;
anche Maritain ne aveva uno: Léon Bloy28.
In questo senso è significativo che nell’ambito del
contributo “Aspetti contemporanei del pensiero
religioso” Chestov e Bloy siano accostati, quasi a
riconoscere una loro “parentela” intellettuale e
un’affinità nel loro contributo al rinnovamento del
pensiero religioso. Entrambi, con l’energia di profeti
in lotta contro la disperazione, spesero la loro vita
sfoderando nelle occasioni opportune e in quelle
inopportune una irreprensibile libertà di pensiero. Per
queste caratteristiche comuni, Chestov e Bloy non
dovrebbero essere ignorati dal cristiano e dall’ebreo di
oggi. Entrambi i pensatori possono contribuire al
rinnovamento del pensiero religioso. È questa un’altra
pista di raccordo che mi limito solo a segnalare.
[1] Ad esempio
Victoria Ocampo: argentina, direttrice della rivista
Sur, divulga-trice della filosofia di Chestov e allo
stesso tempo amica dei Maritain (cfr. B. FONDANE, J.
MARITAIN, Correspondance, Paris-Méditerranée, Parigi
1997, p. 10 e p. 14 nota 6).
[2] Basti pensare che Chestov fu
addirittura suo testimone di nozze. Per quanto riguarda
il rapporto con Maritain, era lo stesso Fondane a
stupirsi che, non-ostante la grande distanza che li
separava, il pensatore tomista ascoltasse con vivo
interesse la sua filosofia esistenzialistica e
addirittura ne promuovesse la conoscenza nel suo
ambiente intellettuale; tra questi due esponenti di
con-cezioni così diverse, un dialogo fu comunque
possibile.
[3] Rivista coordinata da Yves Simon,
discepolo di Maritain.
[4] In riferimento a questa
pubblicazione, Fondane scrive a Maritain: “J’en suis
heureux, plus pour Chestov que pour moi – car il ne
tient pas tant à être suivi qu’a ce que ses idées soient
entendues! […] Voilà pourquoi je suis content que mon
article ait pu susciter quelque intérêt dans les milieux
thomistes » (lettera del 27/12/1937, in B. FONDANE, J.
MARITAIN, Correspondance, cit., pp. 34-35).
[5] L’articolo comparve nel volume
collettivo Les Juifs, Plon, Paris 1937.
[6] Ivi, p. 53.
[7] Lettera del 28/02/1938, in B.
FONDANE, J. MARITAIN, Correspondance, op. cit., pp.
37-9.
[8] Cfr. lettera del 27/12/1937, in B.
FONDANE, J. MARITAIN, Correspondance, op. cit., pp.
34-35.
[9] “Vous ignorez donc la mort de notre
ami Chestov, survenue hier matin” (let-tera del
21/11/1938, in B. FONDANE, J. MARITAIN, Correspondance,
cit., p. 40).
[10] “Aspetti contemporanei del
pensiero religioso”, in J. MARITAIN, Da Bergson a
Tommaso d’Aquino, Vita e Pensiero, Milano 1980, pp.
107-108, corsivo mio.
[11]Kierkegaard fu per Chestov una
scoperta tarda, che avvenne grazie a Barth.
[12] N. BERDJAEV, “L’ideé fondamentale
de la philosophie de Léon Chestov”, prefazione a L.
CHESTOV, Spéculation et Révelation, L’Age d’Homme, 1982,
p. 9 (il contributo fu scritto poco dopo la morte di
Chestov e fu originariamente pubblicato nella rivista
Pout [La Voie], n. 58, 1938-1939).
[13] Ivi, p. 10.
[14] J. MARITAIN, Court traité de
l’existence et de l’existant, Hartmann, Paris, 1947; tr.
it.: Breve trattato dell’esistenza e dell’esistente,
Morcelliana, Brescia 1965, p. 101.
[15] N. BERDJAEV, “L’ideé
fondamentale…”, in op. cit., p. 9.
[16] J. MARITAIN, Breve trattato…,
cit., p. 101.
[17] Ibidem.
[18] Ivi, p. 56.
[19] Ivi, p. 54.
[20] Ivi, p. 58.
[21] E. GILSON, L’Essere e l’essenza,
Massimo, Milano 1988, p. 99 (a commento
dell’osservazione di Tommaso: «Oportet igitur quod ipsum
esse comparetur ad essentiam quae est aliud ab ipso,
sicut actus ad potentiam», Summa Theologiae p. I, q. 3,
a. 4).
[22] J. MARITAIN, Breve Trattato
dell’Esistenza e dell’Esistente, cit., pp. 32-33.
[23] Ivi, p. 96-97.
[24] Ivi, p. 65.
[25] Ivi, p. 101-102.
[26] Cfr. J. MARITAIN, La filosofia
morale, Morcelliana, Brescia 1999, p. 529 ss.
[27] P. VIOTTO, Introduzione a
Maritain, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 122.
[28] Léon Bloy ebbe un ruolo
fondamentale nella conversione di Maritain al
Cattolicesimo, divenendo poi padrino sia di Raïssa, sia
di Jacques.