|
Giovanni Grandi,
Istituto Internazionale Jacques Maritain
Rivelazione e conoscenza in Jacques
Maritain
L’intuizione dell’essere non è il culmine della sapienza
filosofica,
ma è la condizione indispensabile per giungervi;
ed essa è proprio ciò che la ferita della nostra natura fa
più o meno mancare[1].
J. Maritain
Jacques Maritain non è un filosofo da
aforismi; tuttavia una certa sobrietà nell’uso delle parole,
unita ad una scelta mai distratta delle espressioni gli
consentono alle volte di formulare delle sintesi davvero
fulminanti. È il caso della citazione che propongo qui in
apertura e che di fatto costituirà da sola (anche se con
l’implicito e talora esplicito supporto di altri luoghi)
l’asse portante della declinazione del tema ‘Rivelazione e
conoscenza’ a partire da Maritain.
Quando il tiglio in autunno perde le foglie e si riduce
all’essenziale, uno dei suoi ultimi segni di attività
consiste nel dare alla luce delle piccole gemme marroni;
dovrà passare tutto l’inverno finché quelle stesse gemme,
diventando prima lentamente rosse, nel breve volgere di
pochi giorni facciano espodere tutta la freschezza della
primavera nell’improvviso verde delle foglie. Mi piace
pensare che, proprio come quelle minuscole gemme autunnali,
così anche questa essenziale espressione di Maritain
nasconde e prepara con pazienza un’esplosione di ricchezza
di cui – riconsiderandola – mi pare di poter cogliere solo
l’inizio.
Assumendomi tutte le responsabilità del caso, vorrei provare
ad immaginare ciò che potenzialmente, o meglio
virtualmente[2], vi è in questa gemma protesa verso la
primavera.
L’intuizione dell’essere…
Non è semplice capire che cosa sia
quest’intuizione dell’essere[3], specie per chi non ha una
certa dimestichezza con la collaudata ma articolata
gnoseologia sviluppata da san Tommaso. Trovandomi in questa
nutrita schiera ho avuto tuttavia la fortuna di imbattermi
in Pavel Florenskij, il quale mi ha risospinto verso
Maritain dopo avermi dato – come si direbbe in gergo –
qualche ‘dritta’. Non che Florenskij conoscesse così bene
Tommaso, ma nutro il sospetto che lui e Maritain avessero
qualche significativa amicizia in comune che in fatto di
essere se ne intende.
Florenskij pone alla base del realismo[4] in filosofia “un
senso di affinità con l’esistenza, la percezione che le
cose, i momenti e le condizioni non sono assolutamente
isolati, ma sono intimamente uniti, non però in forza di una
loro comunanaza meccanica e nemmeno di una vaghezza e da una
confusione delle loro determinazioni, bensì in forza di una
relazione sostanziale, di un’affinità e di un’unità che
scaturiscono da una profondità interiore […] sentire questo
«eÁn kaiì polla¯», ecco qual è la percezione del mondo che
sta alla base del realismo”[5]. Credo non ci siano parole
più efficaci per un ‘a-tomista’ per esprimere buona parte di
ciò che Maritain intende presentarci parlando
dell’intuizione dell’essere, percezione di una unità
profonda del molteplice secondo le parole di Florenskij.
Dico buona parte, perché il filosofo francese parla in
realtà di intuizione astrattiva dell’essere, e con questo
prova ad offrirci anche alcune indicazioni ‘tecniche’
riguardo al modo in cui sorge in noi questa intuizione
dell’essere: ci suggerisce infatti che sorge per via di
astrazione, perché facciamo leva sul modo naturale che
abbiamo di conoscere che è quello di astrarre, cioè di
cogliere delle essenze (concetti, universali); ma sorge in
ogni caso come un’intuizione, cioè come una conquista
immediata di qualcosa che ci si presenta innanzi; ora,
questo qualcosa non è più un’essenza, ma è l’essere stesso
che viene colto quando formuliamo un giudizio di esistenza:
è, est[6].
Maritain parla di intuizione astrattiva dell’essere, dicendo
che si compie in un giudizio di esistenza per sottolineare
credo due cose: anzitutto che quest’intuizione ci conduce a
qualcosa di reale e non ad un’essenza o ad un universale, ma
a qualcosa di sovra-essenziale; in secondo luogo che
raggiungiamo l’essere – in modo tale da poterne parlare
metafisicamente – solo attraverso le cose che esistono,
attraverso gli enti (secondo il terzo grado dell’astrazione
formale)[7].
…non è il culmine della sapienza
filosofica, ma è la condizione indispensabile per giungervi;
Il punto notevole su cui l’accordo con
Florenskij mi sembra sia totale è che questa intuizione non
arriva alla fine, quasi fosse il sudato premio di uno sforzo
filosofico, ma costituisce al contrario il punto di partenza
di un pensiero che voglia conoscere la realtà. Maritain
infatti spiega che – al contario dei normali giudizi sulla
realtà, che come è noto coronano il movimento dello
spirito[8], il giudizio di esistenza precede il dispiegarsi
della conoscenza e la sostiene. Il giudizio di esistenza –
che non consiste nell’aggiungere o accostare ad una cosa
l’esistenza come fosse un qualunque predicato – si dispiega
nell’intuizione dell’essere: la sua bizzarria consiste
nell’essere un riconoscimento previo, non una adaequatio
intellectus et rei. In questo – detto incidentalmente –
trovo che il giudizio di esistenza unitamente all’intuizione
dell’essere possano costituire, nei termini di un pensiero
tomista, proprio il momento che rende triadica e non binaria
la teoria della conoscenza, secondo le indicazioni di Ettore
Perrella.
Anche per Maritain non si fa buona filosofia se manca questa
percezione dell’unità dei molti, se manca l’intima notizia
di questa stoffa della realtà, se manca l’intuizione
dell’analogia dell’essere. Non si fa buona filosofia perché
si tenderà a modellare una conoscenza su un’immagine eretica
della realtà, ovvero su un’immagine che esalta un’aspetto
(ma un aspetto legittimo) a discapito dell’altro; e le due
eresie possibili sono immancabilmente l’esaltazione dell’uno
(con la conseguente perdita della ricchezza del molteplice)
o l’esaltazione dei molti (con la conseguente perdita del
senso dell’unità). Idealismo e nominalismo sono
convenzionalmente i nomi che potremmo dare a questi due
opposti percorsi.
Secondo Maritain l’intuizione dell’essere è la condizione
della sapienza filosofica. Non della teologia, non della
mistica: della filosofia. A più riprese infatti ripete che è
proprio questa intuizione a fare il metafisico; si può anche
essere esegeti di san Tommaso, ma senza questa intuizione si
rimane dei semplici dotti: “Prescindendo da essa si avrà
solo una conoscenza opinativa, precaria e sterile per quanto
erudita, si avrà solo una knowledge about, un girare attorno
alla fiamma senza mai penetrarvi”[9].
La sapienza filosofica per dispiegarsi ha bisogno di questa
intuizione, altrimenti la ragione è cieca e non conduce a
nulla: senza questa intuizione l’intelletto più geniale
rischia di costruire straordinari castelli in aria;
costruzioni straordinarie, certo, e in proporzione all’acume
della ragione, ma pur sempre in aria, cioè incapaci di
custodire il contatto con la realtà[10].
Il fatto però che si tratti di un’intuizione ci pone davanti
ad un grave problema: come ottenerla? “Per giungere a questa
intuizione – annota Maritain – ci sono vie o cammini
diversi. Nessuna è preventivamente fissata e nessuna è più
legittima dell’altra: appunto perché non si tratta di
un’analisi razionale o di un procedimento induttivo o
deduttivo o di una costruzione sillogistica, ma di
un’intuizione che è un fatto primo”[11].
Esiste dunque un certo cammino per giungere a questa
intuizione, ma questo cammino non consiste in un itinerario
speculativo: la conoscenza razionale, se vuole svilupparsi
in aderenza alla realtà, ha bisogno di essere per così dire
innescata da qualcosa che non è in suo potere raggiungere.
In che cosa consiste allora il cammino e in che cosa
l’innesco?
Quanto al primo, le indicazioni di Maritain continuano ad
essere molto sobrie, anche se da questo punto di vista
affiora in maniera netta l’idea che non sia possibile
concepire un pensiero, e quindi anche una filosofia – un
pensiero in qualche modo coordinato – come un qualcosa di
puro, del tutto indipendente dal pensatore, dal filosofo o
più correttamente dalla persona. “La proposta e
l’elaborazione filosofica delle verità, anche le più
comprovate, non sono di grande utilità se gli intelletti non
sono purificati, e restano intossicati dai veleni di cui
soffre il mondo”[12]. Il pensiero non essendo ‘al di fuori’
della persona, risente dello stato di salute della persona.
Ce ne accorgiamo quando un semplice mal di testa ci
impedisce di applicarci alle letture più banali, e si tratta
di un mero fatto fisiologico; Martian stesso ci a notare che
altri ostacoli, stavolta di natura morale o spirituale,
possono costituire impedimenti anche più notevoli[13]. Il
cammino non riguarda cioè solo la ragione e più
comprensivamente l’intelligenza, ma tutta la statura
dell’uomo, e non si configura affatto come un itinerario di
conquista di qualcosa, ma piuttosto come una progressiva
disponibilità ed accoglienza. Scrive ancora Maritain: “Non
basta insegnare la filosofia, nemmeno la filosofia tomista,
per avere questa intuizione [dell’essere]. Si tratta
piuttosto di fortuna o di dono, o forse di docilità alla
luce”[14].
Dono e docilità: ecco due riferimenti che dicono molto a
proposito del da farsi per lasciar scaturire l’intuizione
dell’essere. Il dono suggerisce che la sorgente è appunto
altra rispetto alla persona, non solo rispetto
all’intelligenza razionale; ma di più la docilità qualifica
il cammino non come un itinerario ascetico di conquista per
chissà quali meriti, ma piuttosto come un progressivo
disporsi ad accogliere un certo dono, un lavoro su se stessi
volto a creare le condizioni propizie perché il dono possa
essere riconosciuto, apprezzato, custodito. Il punto
importante da rilevare è che la docilità non è caparra del
dono, non è il merito che pone in essere una conseguente
obbligatorietà del dono.
Chi di queste cose se ne intende già avrà notato che la
dialettica evocata – forse anche inconsapevolmente, ma ne
dubito – da Maritain è quella del libero rapporto tra l’uomo
e Dio, un rapporto che in nessun momento può porre in campo
la categoria dell’obbligo: Ignazio di Loyola insegna ai
novizi degli esercizi spirituali a chidere con insistenza a
Dio ciò che si desidera, ma custodendo una sana indifferenza
rispetto alla possibilità che la richiesta sia o meno
esaudita. L’esercizio quindi non vincola Dio a partire dalla
fatica e dall’impegno dell’uomo, ma insegna a strutturare un
rapporto libero, libero da ogni aspettativa e dunque al
riparo dall’idolatria.
Ora, l’intuizione dell’essere sembrerebbe proprio avere i
caratteri del dono divino, non raggiunto per meriti né per
genio filosofico, ma liberamente elargito dalla liberalità
di Dio.
In questo senso – si potrebbe allora abbozzare – la
rivelazione si pone davvero come sorgente del conoscere, e
del conoscere capace di elevarsi alla metafisica;
chiaramente qui non si tratta di una rivelazione intesa come
complesso di notizie, ma come visitazione dello spirito
dell’uomo, addirittura – per dirla con i Padri – come
inabitazione dello Spirito santo[15]. Anche se ci esprimiamo
con i riferimenti dell’esperienza cristiana, è chiaro che
fin qui non è in gioco la professione di fede. Infatti
l’eventale professione di fede darà un certo nome anche a
questa esperienza, che tuttavia – precisa sempre Maritain –
può darsi in qualunque contesto religioso e culturale[16] (e
ciò è possibile appunto perché – in prospettiva cristiana –
diciamo che dipende dalla liberalità di Dio e non
dall’iniziativa dell’uomo): “l’essenziale è di compiere il
passo, di liberare in un’autentica intuizione intellettuale
il senso dell’essere, il senso del valore delle implicazioni
dell’atto di esistere”[17].
Con questo non si dice che sia la fede l’origine della vera
conoscenza, della conoscenza pienamente sintonizzata con
l’esistenza: si dice che lo è la rivelazione; semmai in un
momento riflessivo e di successivo raccoglimento una
(eventuale) professione di fede in senso cristiano
consentirà di cogliere qualcosa di più a proposito di questa
rivelazione.
…ed essa è proprio ciò che la ferita
della nostra natura fa più o meno mancare.
Se ci fossero dubbi sul quadro
complessivo della proposta maritainiana, la chiusura della
citazione li scioglie con la delicatezza di una clava,
lasciando all’interpretazione ben poco spazio di manovra.
Ciò che fa mancare all’uomo l’intuizione dell’essere è la
‘ferita della nostra natura’ ovvero quella realtà che ancora
in lessico cristiano chiamiamo ‘peccato originale’.
La cosa in fondo era sottintesa: per quale motivo alcuni si
ritroverebbero ad avere l’intuizione dell’essere ed altri
no? Forse per una imperscrutabile malizia di un Dio che si
diverte a lasciare alcuni nella confusione mentre concede ad
altri di procedere verso il cuore della realtà? Nulla di
tutto questo: l’intuizione dell’essere manca a tutti,
sebbene in misura diversa, ma viene in qualche modo
ripristinata proprio dalla rivelazione di cui sopra, che –
per esprimerci in maniera figurata – riordina la persona
umana e (per quanto riguarda la conoscenza) la ri-sintonizza
con l’essere stesso, facendola nuovamente poggiare sulla
percezione della profonda unità del molteplice cara a
Florenskij: eÁn kaiì polla¯.
L’intuizione dell’essere, a livello dell’intelligenza e in
primis dell’intelligenza razionale, è il frutto che sorge
nell’uomo secondo la dinamica cosmica della caduta e della
redenzione unita alla dinamica personale della libera
docilità al dono. L’intuizione dell’essere è un frutto che
sorge per dono di grazia.
Ora, se tutto ciò è riconducibile a Maritain, dobbiamo
inequivocabilmente dire che nella sua impostazione di fondo,
la rivelazione fonda la conoscenza nel senso che un dono di
grazia riabilita l’uomo a conoscere la realtà, conferendo
(con il dono all’intelligenza dell’intuizione dell’essere)
solidità al terreno su cui poi in autonomia potrà muoversi
la ragione. Qui la rivelazione è proprio un aiuto
discretissimo, che neppure chiede di essere qualificato come
tale. Non si sta dicendo che la ragione trova nella fede i
punti da cui partire, si sta piuttosto dicendo che una
rivelazione rimette in sesto una ragione altrimenti
impossibilitata a dispiegarsi nelle sue potenzialità: in un
certo senso potremmo qui dire che l’intuizione dell’essere è
proprio ciò che fa percepire all’uomo la portata ontologica
dei principi logici di identità e di non contraddizione (che
non sono affatto articoli di fede). Credo che sia questa
dinamica ciò che Maritain avesse in mente quando
bizzarramente proponeva questo quadro e rivendicava
simultaneamente l’autonomia della ragione.
Ma – e qui iniziamo a registrare alcuni
dissensi verso la proposta di Maritain – il fatto che la
ragione umana sia ostacolata (si badi, non struturalmente
incapace) nel suo dispiegarsi, e quindi il fatto che la
filosofia, come conoscenza razionale, versi in uno stato di
limitatezza rispetto alle sue potenzialità di diritto,
questo fatto, come viene assodato?
Maritain suggerisce qui un approccio fenomenologico,
osservando che i limiti della ragione umana sono evidenti a
tutti[18], ma chiaramente la cosa non è sufficiente, perché
il quadro generale che egli stesso traccia esclude la
possibilità che un giorno sorga un uomo la cui ragione non
soffra limite alcuno, cosa che per via di osservazione
fenomenologica non è invece spossibile escludere.
Il fatto, a livello fenomenologico, indubbiamente è noto;
tuttavia la proposta di Maritain non si regge su questa
constatazione bensì su un più ampio orizzonte di
comprensione della realtà tutta come una realtà coinvolta
nella dinamica della caduta e della redenzione. E questo
orizzonte inequivocabilmente viene dalla professione di fede
cristiana.
Il dilemma davanti a cui si giunge è appunto questo: o
davvero la realtà tutta è coinvolta in questa dinamica, ed
allora ha senso parlare di un’intuizione dell’essere come
rivelazione, ha senso continuare a parlare di una autonomia
della ragione e di un dispiegarsi metafisico della
conoscenza razionale e – procedendo oltre – si potrebbe
persino giungere ad ipotizzare che la filosofia più vera può
essere solo quella esercitata in un clima (stato)
cristiano[19]. Oppure questa dinamica è falsa e le
possibilità possono essere due: a) l’intuizione dell’essere
non è affatto un’intuizione ma qualcosa che si raggiunge per
via di ragionamento, e quindi è possibile fondare una
filosofia dell’essere senza dover contemplare alcuna
rivelazione, possibilità che dovrebbe peraltro essere colta
a piene mani essendo anche falso che l’intelligenza umana è
in qualche modo ‘ferita’ nel suo esercizio. A questo punto
sorgerebbe la domanda sul perché tanti geni filosofici
abbiano mancato di vedere l’essere. b) non esiste alcuna
intuizione dell’essere perché l’essere stesso è
un’invenzione, l’eÁn kaiì polla¯ è un wishful thinking ed i
principi di identità e di non-contraddizione hanno una mera
validità logica e non possono essere messi in campo a
livello ontologico.
Evidentemente qui il dilemma è portato alle estreme
conseguenze, ma non credo di dire nulla di nuovo né di
diverso da quanto già evidenziava molto bene Carmelo Vigna
riflettendo sulla proposta maritainana: c’è evidentemente un
problema di orizzonti[20]. L’orizzonte della fede (quello in
cui si muove Maritain e che contempla la dinamica
caduta/redenzione) e l’orizzonte della sola ragione o della
filosofia sono entrambi totalizzanti, cioè pongono
previamente delle ‘regole del gioco’ a cui occorre attenersi
poi ad ogni passo. Ma le ‘regole del gioco’ sono diverse nei
due casi: da una parte la ‘regola’ è la dinamica
caduta/redenzione, dall’altra la ‘regola’ è ‘nessuna
rivelazione può essere ammessa’[21]. Di fatto i due
orizzonti non sono componibili, a meno che uno non diventi
subordinato e, come giustamente osserva Vigna, cessi in tal
modo di essere totalizzante[22] (ovvero rinunci alle sue
‘regole del gioco’).
Appare, sempre seguendo la puntuale critica di Vigna, il
limite della teoria della conoscenza suggerita da
Maritain[23]: i risultati della sua ricerca vengono colorati
“di un colore che riesce prezioso per il credente cristiano,
ma scarsamente comprensibile per il non cristiano, e quindi
scarsamente condivisibile, come proposta organica, da parte
di chi se ne sta solo alla ragione naturale, cioè alla
filosofia”[24].
Radicalizzo ora la domanda, avviandomi verso le battute
finali: se effettivamente gli orizzonti sono incomponibili e
se complessivamente le mie abituali ‘regole del gioco’ sono
quelle poste dalla dinamica caduta/redenzione, fino a che
punto devo/posso preoccuparmi della comprensibilità per il
non-cristiano della dinamica della conoscenza a cui aderisco
o che sto sviluppando? Ho il dubbio che questa
preoccupazione (doverosa nell’intento di incontrarsi tra
persone) diventi di fatto un ceppo a livello teoretico, un
vincolo che mi costringe di fatto ad adottare – a livello
dell’intelligenza – regole del gioco che non faccio valere
nel complesso della mia esperienza. Il problema della
legittimità di questa preoccupazione consiste nel fatto che
stiamo parlando di regole iniziali del gioco: non è che
mettendo tra parentesi la dinamica ‘caduta/redenzione’
divento più razionale, più propriamente filosofo. Ovviamente
divento più comprensibile per chi esclude – a livello di
‘regole del gioco’ – quella dinamica, ma non è affatto la
stessa cosa e non vedo in che modo questa operazione possa
essere interessante per chi inizialmente si colloca in
questo secondo orizzonte. Oserei dire che è ovvio ch’io mi
intenda con chi non ammette come fondante la dinamica
caduta/redenzione una volta che anch’io vi ho rinunciato a
livello di orizzonte[25].
Confesso che, stando a questa forse troppo particolare
lettura di Maritain, mi pare che la stessa filosofia
dell’essere (in senso tomista) per rendersi pienamente
comprensibile al non-cristiano (cioè in un orizzonte diverso
da quello che contempla la dinamica caduta/redenzione) debba
sottoporsi a tante e tali amputazioni su questioni
fondamentali al punto da uscirne piuttosto sfigurata, e mi
chiedo se davvero questo sia il compito che la attende.
Personalmente – ma qui è chiaro che la strada davanti ed
incerta, non alle spalle e già nota – personalmente credo
che la direzione sia diversa, e che piuttosto consista
nell’esplicitare al massimo tutto ciò che nella stessa
filosofia dell’essere (in senso tomista) venga dalla
rivelazione e dal riconoscimento della dinamica della
caduta/redenzione: in questo Maritain mi pare abbia
suggerito più di qualcosa. Su questa strada si può
propiziare l’incontro con il pensiero dell’Oriente cristiano
per scoprire l’originalità sinfonica della conoscenza
cristiana della realtà. Ma credo anche che su questa strada
si possa propiziare anche un incontro ed un dibattito più
proficuo con il pensiero che al contrario nulla concede alla
rivelazione: dalle scintille che scaturiscono
dall’interazione di identità forti si sviluppa il fuoco
della conoscenza. Personalmente diffido di quei pensatori
che provano a mettersi nei panni altrui per sviluppare un
discorso filosofico, che provano a ‘mettere tra parentesi’
le proprie ordinarie e abituali ‘regole del gioco’: questa
‘simulazione’ – che venga dall’uno o dall’altro versante –
mi pare foriera di confusione più che di dialogo. In fondo
non dobbiamo dimenticare che non sono le filosofie, ma le
persone a dialogare, e forse è saggio – almeno in questi
tempi – che ciascuno sia scrupoloso nel rendere ragione
della propria prospettiva[26], prima di ingegnarsi per
immedesimarsi in quella altrui.
[1] J. Maritain, Approches sans
entraves, Paris, Fayard, 1973; tr. it. Approches sans
entraves, Roma, Città Nuova, 1978, p. 22. Il testo, dal
titolo Riflessioni sulla natura ferita, è stato pubblicato
precedentemente nella “Revue thomiste”, n° 1, 1968, pp.
5-40: si tratta di una relazione tenuta a Kolbsheim il 21
luglio 1967.
[2] Adotto qui la distinzione tra
potenziale e virtuale cara proprio a Maritain e comunque
alquanto intuitiva: potenziale è ciò che può diventare
qualsiasi cosa, virtuale è ciò che porta in sé già una certa
virtus, una certa direzione di marcia, una certa
destinazione; ammesso e non concesso che uno sviluppo vi
sia, non è lo stessa cosa cercare di capire cosa possa
sbocciare potenzialmente o piuttosto cosa possa sbocciare
virtualmente. Aggiungerei che, nel secondo caso, le
possibilità di sbagliarsi sono decisamente maggiori: il
dibattito e la critica diventano allora particolarmente
preziosi.
[3] A proposito dell’intuizione
dell’essere in Maritain esiste una certa letteratura, anche
se a dire il vero sembra trattarsi di un interesse ‘di
nicchia’ rispetto ad altri luoghi del pensiero del filosofo
francese; indubbiamente però si tratta di uno dei nodi
filosofici più rilevanti – e forse anche per questo meno
frequentati –: “L’intuizione intellettuale – annota Armando
Rigobello – è quindi la chiave per accedere all’universo
filosofico di Maritain, che è poi quello di Tommaso,
rivissuto, come si diceva, nell’intima partecipazione
soprattutto pratica ai problemi del nostro tempo”. Cfr. A.
Rigobello, L’intuizione intellettuale in J. Maritain, in
“Giornale di metafisica”, a. IV, n°3, settembre/dicembre
1982, p. 435. L’ultimo contributo, in ordine di tempo, è
recentissimo, ed è apparso su “Prospettiva persona” (a.
XIII, n° 47, marzo 2004) a firma di Giovanni Zenone: Il
senso comune in Jacques Maritain (pp. 16-18). Zenone – pur
nel complessivo apprezzamento per l’opera di Maritain –
appare piuttosto critico quanto all’intuizione dell’essere
che pure riconosce come vero punto di partenza: “Il vero
punto di partenza non risulta quindi tanto il senso comune,
ma l’intuizione dell’essere e delle idee che in esso si
darebbe. Appendere tutta la conoscenza scientifica al chiodo
malfermo dell’intuizione, e all’intuizione dell’essere
stesso, non soddisfa il bisogno di certezza e saldezza della
ragione” (p. 18). Attribuire all’intuizione dell’essere il
valore di un ‘chiodo malfermo’ significa non riconoscere uno
dei cardini della proposta maritainiana: sia chiaro, la cosa
è legittima, ma diventa molto difficile apprezzare
contemporaneamente in modo positivo altri aspetti del suo
pensiero. In ogni caso questa posizione di diffidenza verso
l’intuizione dell’essere non è affatto rara ma, come di
seguito cerco di indicare, avviene a valle dell’opzione per
l’invalidità dell’orizzonte della fede come orizzonte
totalizzante.
[4] Si badi che, nel saggio a cui poco
sotto si fa riferimento, Florenskij opporrà idealismo e
nominalismo, intendendo per ‘idealismo’ ciò che qui invece
chiamiamo ‘realismo’.
[5] P. Florenskij, Il significato
dell’Idealismo, Milano, Rusconi, 1999, pp. 66-7.
[6] Sull’intuizione astrattiva si veda
in particolare V. Possenti, Intuizione e Astrazione, annesso
a Identità della metafisica e oblio dell’essere, in Jacques
Maritain e la filosofia dell’essere, Venezia, Il Cardo,
1996, pp. 43-75. Annotazioni preziose in proposito si
trovano lungo tutto il saggio.
[7] Credo che la questione
dell’intuizione dell’essere sia uno dei punti più delicati
di tutta la proposta maritainiana e – se non esagero troppo
– della filosofia stessa dell’essere o quantomeno, se ci
appelliamo alle denominazioni, del ‘realismo critico’. È un
punto delicato perché non si scioglie, in definitiva, a
forza di spiegazioni più o meno acute, ma in forza della
maturazione nello spirito di questa intuizione e di questo
occorre essere consapevoli. Maritain stesso ha affrontato la
cosa modificando espressioni e linguaggi (entro certi
limiti, chiaramente) perché immagino fosse consapevole che
su questo specifico punto la parola ed il ragionamento sono
evocativi più che esplicativi: la descrizione non fa
guadagnare nulla, non è ‘creativa’; diventa efficace solo
nel momento in cui incontra un’esprienza realmente vissuta,
per cui – al limite – la persona scopre che quelle parole
meglio di altre la aiutano a mettere a fuoco quella
particolare percezione che, per quanto forte, non riusciva
bene a concettualizzare.
Che cosa può essere effettivamente ‘spiegato’ allora? Credo
si possa fare uno sforzo per mostrare a che livello si
innesti questa intuizione e quali ne siano le conseguenze: è
un tentativo che mi pare Maritain faccia con un certo
successo nello scritto a cui faccio riferimento in apertura.
Il problema da cui partire è il modo in cui concepiamo
l’esistenza. In una lunga parentesi (Cfr. Approches sans
entraves, cit., pp. 26-50), spiega come in realtà noi
abbiamo a che fare con tre tipi diversi di ‘concetti’ di
esistenza. In estrema sintesi possiamo intendere le cose in
questo modo: anzitutto noi abbiamo sempre a che fare con
cose e persone che esistono, nel senso che si presentano
dinnanzi a noi. Da questo esserci delle cose, delle persone,
della realtà noi otteniamo tramite i sensi e l’intelligenza
un primo concetto comune di esistenza, che equivale
all’‘essere presente’ (dasein). Tecnicamente siamo al primo
grado dell’astrazione: qui il concetto di esistenza è di
origine astrattiva: dalla cosa che esiste estraggo
l’esistenza, proprio come dal vestito rosso traggo il rosso.
In questo modo l’esistenza è concepita come un’essenza.
Accade però che, mentre la tal cosa o la tal persona (una
certa realtà empirica, insomma) viene conquistata
dall’intelligenza, a disposizione di quest’ultima non c’è
solo un’essenza, ma anche l’essere stesso, nella perfezione
dell’esistere di quell’essenza: c’è l’esistenza. Ora, questa
esistenza viene colta solo con un’intuizione, che in un
lampo rivela allo spirito tutta la portata ontologica del
giudizio di esistenza: est! A questo punto, a seconda che
quest’intuizione vi sia o meno, si aprono due strade, che ci
portano ad altrettanti ‘concetti’ di esistenza.
Se manca quest’intuizione – che, per così dire, intercetta
l’esistenza che viaggia assieme a questa o a quella essenza
– è pur sempre possibile procedere al terzo grado
dell’astrazione formale, e – a partire dall’esserci (essere
presente) – giungere per via di astrazione al concetto di
‘esistenza’ e di ‘essere’. In questo caso però si continua a
ragionare (concepire) sub specie essentiae, e ciò che resta
ignoto è il valore analogico dell’essere (e quindi la
sovra-essenzialità dell’esistenza). Siamo in presenza del
terzo tipo di concetto di ‘esistenza’, che è stutturalmente
metafisico (perché appartiene al terzo grado) ma non lo è
qualitativamente. Questo tipo di concetto è unicamente
astrattivo.
Se invece l’intuizione si dà, suggerisce Maritain,
perveniamo sempre per via di astrazione all’essere e
all’esistenza ma in maniera diversa: qui il concetto non è
solo strutturalmente metafisico, ma lo è anche
qualitativamente; si alimenta cioè al giudizio di esistenza.
In questo caso l’intelletto ha intercettato l’esistenza
assieme a questa o a quella essenza e ora si nutre di questa
luce, per cui realmente percepisce la portata analoga
dell’essere e dell’esistenza (il mistero dell’eÁn kaiì
polla¯). Ecco il secondo modo di concepire l’esistenza, modo
che non la confonde con un’essenza e la coglie come il
sovra-essenziale: qui possiamo parlare di un concetto
metafisico di origine giudicativa.
Dunque il secondo ed il terzo modo differiscono dal darsi o
meno dell’intuizione dell’essere; è perciò possibile per
chiunque far uso di un concetto metafisico di esistenza, ma
il senso pieno di questo concetto è dato non dalla sua
formalità (dal fatto di appartenere al terzo grado
dell’astrazione quanto alla sua formulazione) ma
dall’intuizione che lo supporta. Per questo motivo possiamo
parlarne, ma ciò non basta a rivelarci se l’intuizione
dell’essere sia sbocciata o meno in noi.
[8] Quanto al giudizio, così riepiloga
Maritain: “Il giudizio restituisce al soggetto
trans-soggettivo la sua unità, che la simplex apprehensio
(cogliendo oggetti di pensiero differenti) aveva disgiunta”
(Cfr. J. Maritain, Distinguer pour unir ou Les degrés du
savoir, Paris, Desclée de Brouwer, 1932; tr. it.: I gradi
del sapere, Brescia, Morcelliana, pp. 126-7). Tutti i nostri
giudizi – eccezion fatta appunto per quello di esistenza che
è di altro tipo – si compiono cioè dopo aver conquistato le
cose a livello intelligibile, dopo aver disgiunto questa o
quella caratteristica dalla cosa stessa.
[9] J. Maritain, Court traité de
l’existence et de l’existant, Paris, Hartmann, 1947; tr.
it.: Breve trattato dell’esistenza e dell’esistente,
Brescia, Morcelliana, 1965, p. 23
[10] Possiamo cioè trattare l’esistenza
al terzo grado dell’astrazione senza però procedere
dall’intuizione dell’essere, come più sopra si accennava.
[11] J. Maritain, Breve trattato
dell’esistenza e dell’esistente, cit. p. 22.
[12] J. Maritain, Raison et raisons.
Essais détachés, Fribourg, Egloff, 1947; tr. it.: Ragione e
ragioni, Milano, Vita e Pensiero, 1982, p. 77. Si tratta del
capitolo intitolato Cooperazione filosofica e giustizia
intellettuale ed è il testo di una conferenza tenuta il 14
marzo 1946 all’Angelicum di Roma.
[13] “Le ferite di cui la ragione soffre
nei filosofi, nel nostro stato di natura, possono
indubbiamente essere dovute a colpe morali, a peccati
attuali che inebetiscono la loro ragione. Io penso a un
filosofo che, preferendo il sogno alla realtà, si
abbandonasse corpo ed anima alla droga, per amore dei
piaceri sensibili, – oppure ad un’altra droga, quella delle
idee alla moda e delle correnti di pensiero approvate
dall’opinione pubblica, poiché l’inferno che egli ha scelto
di temere soprattutto sarebbe di essere mal visto. Ma questi
non sono veri filosofi.
Le ferite della ragione possono essere dovute – questa volta
presso veri filosofi, e il caso è frequente – ancora alla
volontà, se voi volete, nelle oscure potenze alle quali essa
dà asilo, o alle pressioni inconscie della affettività, che
comandano le loro opzioni. Allora vi è forse, Dio lo sa,
qualche consenso libero alla radice, ma si ha a che fare con
l’umana debolezza ben più che con una colpa morale. E questi
non sono grandi filosofi”. Cfr J. Maritain, Approches sans
entraves, cit., pp. 12-13. L’analisi di Maritain può
sembrare ingenerosa, eppure mette il dito nella piaga più
dolente degli intellettuali, cioè nella presunzione che la
vita intellettuale goda di un’aurea purezza e che non sia in
alcun modo, o al limite solo marginalmente intaccata dalle
debolezze della persona stessa. Perché il loro contributo al
sapere ed alla cultura sia di spessore, forse gli
intellettuali più di altri devono vigilare sulla propria
esistenza, sul proprio stile di vita e di relazioni,
mantenendosi pronti a riconoscere i propri limiti ed il più
possibile disponibili ad una continua conversione.
[14] J. Maritain, Breve trattato
dell’esistenza e dell’esistente, cit., p. 23.
[15] Del resto anche San Tommaso
recepisce pienamente l’idea di questa presenza del tutto
particolare di Dio nell’uomo: “Est enim unus communis modus
quo Deus est in omnibus rebus per essentiam, potentiam et
praesentiam; sicut causa in effectibus participantibus
bonitatem ipsum. Super istum autem modum communem, est unus
specialis, qui convenit creaturae rationali, in qua Deus
dicitur esse sicut cognitum in cognoscente, et amatum in
amante. Et quia cognoscendo et amando creatura rationalis
sua operatione attingit ad ipsum Deum: secundum istum
specialem modum Deus non solum dicitur esse in creatura
rationali, sed etiam habitare in ea sicut in templo suo.
(Sum. theol. Ia. q. 43, a. 3). Subito dopo Tommaso precisa
anche che questa inabitazione è riferibile alla gratia
gratum faciens, che si intende come noto proprio come quel
dono gratuito alla persona che la rende capax Dei,
nuovamente capace di accogliere Dio e di riconoscerlo. Non
si tratta quindi di un dono specifico da impiegare per il
bene altrui (gratia gratis data).
[16] “Non ha importanza se l’intuizione
dell’essere sia come un dono innato d’un intelligenza
sovrana, riposante sulla sua forza limpida e sul fondamento
d’una complessione corporea delicata e pura e su una
sensibilità viva ed equilibrata come sembra sia avvenuto per
san Tommaso; non ha importanza se sorge bruscamente come una
grazia naturale, alla vista di un filo d’erba o di un mulino
a vento o all’improvvisa percezione della realtà dell’io; o
se proviene dalla implacabilità con cui l’essere delle cose
da me indipendente mi si impone all’improvviso, ricacciando
il mio essere nella sua solitudine nella sua fragilità; o se
io mi dirigo verso di essa avendo in me l’esperienza della
durata, o quella dell’angoscia, o di certe realtà morali che
trascendono il trascorrere del tempo”. Cfr. J. Maritain,
Breve trattato dell’esistenza e dell’esistente, cit., 22-3.
Si contano numerosi i tentativi di rintracciare
quest’intuizione in esperienze diverse rispetto a quella del
filosofo: in particolare si è cercato molto – Maritain
stesso lo ha fatto – di esplorare il mondo dell’arte.
Probabilmente si potrò anche spingere lo sguardo altrove:
penso in particolare all’esperienza del contatto genuino con
la natura che a ragione ricomincia ad affascinare i nostri
contemporanei. Uno dei versanti più interessanti in questo
senso è l’esperienza della montagna, della durezza della
roccia, della fatica dell’ascensione: le riflessioni che
questo mondo splendido e austero ha suscitato in uno dei più
fini scrittori di montagna contemporanei, Spiro Dalla Porta
Xidias, sembrano dipingere immancabilmente ciò che qui
andiamo evocando con l’espressione ‘intuizione dell’essere’
(Cfr in particolare S. Dalla Porta Xidias, Scalata
all’infinito, Grugiasco, Edizioni Arti Grafiche San Rocco,
2002).
[17] J. Maritain, Breve trattato
dell’esistenza e dell’esistente, cit., p. 23.
[18] L’accenno di Maritain a questo
proposito è effettivamente molto breve, ma vale comunque la
pena di segnalarlo nel contesto più ampio in cui si colloca,
in cui peraltro il filosofo stesso evidenzia i limiti della
mera constatazione fenomenologica: “È chiaro che per
acquisire in noi il suo pieno sviluppo normale, la filosofia
eisge dall’individuo molte rettifiche e purificazioni, una
ascesi non soltanto della ragione ma anche del cuore, esige
che si faccia filosofia con tutta l’anima, come si corre e
col cuore e coi polmoni. Ma ecco ciò che costituisce a mio
avviso il punto centrale del dibattito, in cui d’altronde il
dissenso tra cristiani e non cristiani è inevitabile. Non
occorre essere cristiani (benché il cristiano sappia meglio
queste cose, perché sa che la natura è vulnerata), per
essere persuasi che la nostra natura è debole, e che nel
regno della sapienza – proprio perché essa è difficile –
l’errore è per noi più frequente che mai”. Cfr. J. Maritain,
De la philosophie chrétienne, Paris, Desclée De Brouwer,
1975; tr. Iit.: Sulla filosofia cristiana, Milano, Vita e
Pensiero, 1978, pp. 40-41.
[19] Cosa che effettivamente Maritain
afferma nelle riflessioni a proposito della filosofia
cristiana: FC
[20] “Un filosofo può essere benissimo
un credente cristiano (credente in qualcosa, lo è ogni uomo
in ogni caso), ma con ciò stesso egli cessa di trattare
l’atteggiamento filosofico come un orizzonte totalizzante e
assume come orizzonte totalizzante quello della propria
fede. Se totalizzanti, infatti, i due atteggiamenti sono
compossibili solo quando professati alternativamente nel
tempo; altrimenti, quando professati simultaneamente, lo
devono essere secondo un rapporto di subordiazione, sì che
totalizzante sia sempre uno solo dei due”. Cfr. C. Vigna,
Maritain e le forme del sapere, in Jacques Maritain e la
filosofia dell’essere, cit., p 40-1.
[21] La prospettiva di quest’altra
‘regola’ è esemplarmente esposta da Paolo Flores d’Arcais:
“La filosofia è impegno critico per la verità, e se la trova
non può fare a meno di pronunciarla […]. Solo a partire da
una fede che riconosca l’ateismo della ragione, e che si
proclami e pratichi perciò «quia absurdum» – follia per la
ragione – è davvero possibile (oltre il dialogo e altre
diplomazie) un agire comune fra uomo di fede e uomo del
disincanto, e anzi un comune agire evangelico. Fino a che la
religione pretenderà di essere (anche) verità di ragione,
infatti (magari promuovendo il confronto con la tradizione
scettica e atea e privilegiando quello con le filosofie
ermeneutiche), sarà ineludibile la sua tentazione di dettare
legge al secolo. Per proporre i valori del Vangelo al secolo
(e non imporli, che sarebbe ingiuria al Vnagelo) l’uomo di
fede deve abiurare la razionalità e verità (di ragione)
della fede stessa”. P. Flores d’Arcais, Dio esiste? in
“Micromega” 2/200, pp. 39-40. A breve commento della
citazione, notiamo solo il fatto che, dal punto di vista di
un non credente, effettivamente assumere come orizzonte (in
cui poi far muovere la ragione) la dinamica
caduta/redenzione è una via non praticabile. Davvero le
diverse ‘regole’ sono incompatibili; tuttavia occorre anche
rilevare che d’Arcais confonde piuttosto rozzamente il piano
della teoresi con quello della prassi: Maritain, molto tempo
prima, è stato decisamente più acuto nel mostrare che vi può
essere un accordo pratico (circa i valori universali, nel
caso specifico) tra famiglie intellettuali diverse, che
partono da orizzonti di comprensione diversi. Ciò che si può
rimproverare a d’Arcais è proprio ciò che lui stesso – non a
torto – contesta alla prospettiva del credente, e cioè di
voler costringere il non credente a regole del gioco non
sue. Questa riduzione dell’altro non è ammissibile da
nessuna delle due prospettive, e non lo è perché – a
differenza di quanto implicitamente sostiene d’Arcais – il
‘minimo comun denominatore’ non è affatto la ragione (che,
di per sé, è una facoltà né atea né credente), ma la vita
della persona immersa nella totalità della realtà.
[22] Cfr C. Vigna, Maritain e le forme
del sapere, cit., pp. 41 e 42.
[23] “A me pare che, guardando da questa
parte, proprio Maritain possa essere indicato come un
impenitente, ma anche come un amabilissimo «trasgressore».
Egli, volendo essere nel contempo cristiano e filosofo,
certamente ed esplicitamente subordina l’atteggiamento
filosofico all’atteggiamento del credente. E questa
subordinazione, si è detto, è legittima. Ma poi Maritain
pratica questa subordinazione anche come subordinazione del
sapere filosofico al sapere del credente, e lo fa in forma
architettonica, restando o volendo restare, insieme,
all’interno dei discorsi gestiti en philosophe. Questo il
senso generale della «tasgressione»”. Vigna p. 41-42. Vigna
coglie indubbiamente il cuore del problema: occorre appunto
vedere secondo quale prospettiva sia possibile scioglierlo;
la proposta che qui cerco di sbozzare è appunto quella di
ridiscutere il rapporto tra orizzonti, vedendo se – anche
alla luce dei contributi di altre sensibilità come quella
dell’oriente cristiano, che pure si ricollega alla grecità –
vi sia davvero un aut-aut tra ‘i discorsi gestiti en
philosophe’ e la previa decisione per l’orizzonte che
contempla caduta e redenzione.
[24] Cfr. Vigna, Maritain e le forme del
sapere, cit., p. 42.
[25] Se, in riferimento qui a quanto
evidenziato nella nota 21, mi metto nei panni di Flores
d’Arcais, che cosa mai potrò dire di diverso da lui, tra
l’altro dicendolo peggio di lui perché i panni non sono i
miei?
[26] E qui non sarà del tutto superfluo
sottolineare che, nel complesso di questa proposta,
occorrerà ben saper distinguere il rendere ragione della
propria prospettiva dal rendere ragionevole la propria
prospettiva: le due espressioni suonano simili, ma in realtà
un abisso le separa. |