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Carlo Zivoli
CROCE E MISTERO COME CONTRIBUTI PER UN
DIALOGO CRISTIANO NELL’ERA DELLA POST-GLOBALIZZAZIONE
Fin dagli albori di quella che Vladimir
Solov’ev identifica come la quarta fase nella storia
dell’evoluzione della vita su questa Terra[1], cioè dal
momento nel quale «il Verbo si fece carne e venne ad abitare
in mezzo a noi»[2], si pone per l’uomo cristiano il problema
del dialogo con il mondo. La predicazione degli apostoli e
la stessa formazione delle prime comunità si scontrano con
una realtà nuova: rapportare l’esperienza viva del Logos
incarnato e della Pentecoste con la contemporaneità della
storia.
San Luca ci tramanda il discorso di Paolo all’Areòpago,
esempio sublime di come una cultura raffinata come quella
greca venga a contatto con l’annuncio del «Dio che ha fatto
il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e
della terra, [che] non dimora in templi costruiti dalle mani
dell’uomo».[3] Non tutti aderiscono alle parole di Paolo e
alcuni, sentendo parlare di risurrezione dei morti, si
congedano dicendo: «Ti sentiremo su questo un’altra
volta».[4]
Anche San Giovanni ci lascia pagine memorabili nelle famose
lettere alle sette Chiese[5] dove mostra come il cammino di
inculturazione dell’Evangelo nella concretezza della
quotidianità ponga problemi in qualche misura ancora
attuali.
Dopo duemila anni nei quali l’uomo ha sperimentato i più
diversi modi di convivenza (imperi, monarchie, dittature,
democrazie) quale fase stiamo vivendo?
Dopo la «svolta» dell’11 settembre 2001 alcuni ritengono che
si sia già conclusa la «belle époque» della globalizzazione:
«invero, assai breve stagione: il sogno di una via
tecnico-amministrativa al benessere universale, di una
“mobilitazione” semiautomatica di tutte le coscienze e di
tutte le culture verso i vittoriosi modelli dell’Occidente,
ha ballato una sola estate».[6]
Ci si troverebbe di fronte ad un bivio della Storia: da una
parte l’affermarsi di una sorta di quarta Roma, una specie
di «super-società» immersa «in miriadi di conflitti
“locali”, naturale humus di disperato e globale
terrorismo»[7]; dall’altra una globalizzazione
autenticamente federativa, capace di includere polarità
culturali molto diverse tra loro sulla base di accordi che
non siano solo momentanei, magari perchè stretti sull’onda
emotiva di inesorabili guerre o in base a machiavellici
calcoli di convenienza geo-politica.
«In sostanza, la questione della globalizzazione, sebbene
sembri troppo utopico, è anche e soprattutto una questione
di democrazia».[8]
Ancora una volta il cristiano si trova in difficoltà,
incalzato dalla contingenza storica. Questo non è un male in
sé perché garantisce il costante rinnovarsi della Chiesa,
l’adeguarsi ai tempi. Ma la strada è come sempre scomoda,
irta di ostacoli per colui il quale non intende sottrarsi
alla sfida della vita e non si accontenta di una fede
«opaca», non realmente trasfigurata dalla luce taborica di
Dio.[9]
Dunque quale via seguire? Integrazione o identità? Fin da
subito una cosa è chiara: qualunque scelta si intenda fare
non basta approntare un modello puramente teorico. E’ senza
dubbio fondamentale accettare anche un confronto sul piano
pratico, concreto, esistenziale.
Se per esempio siamo mossi dal desiderio sincero di
conoscere e capire il variegato mondo dell’Islam non è
inutile sapere che, oltre ad innumerevoli punti di contatto
con il Cristianesimo, vi è anche qualche dettaglio di non
poco conto che spesso divide: ad esempio la croce.
Al-Gazali, considerato musulmano «tollerante» (per il quale
la parola «Jihad» non equivaleva a guerra santa ma andava
riportata al suo significato puramente religioso di
«sforzarsi sul cammino di Dio» contro le tendenze e gli
appetiti personali[10]) «chiedeva ai cristiani: “Spiegatemi,
perché io credo che il vostro Messia che è un uomo in croce
sia un’atroce bestemmia”. Un Dio non può essere messo in
croce, e se Gesù è stato messo in croce vuol dire che non
era Dio».[11]
Per aversi un dialogo è necessario partire da un’identità.
L’identità di un cristiano non può prescindere dalla croce,
altrimenti tutto il resto sarebbe inganno o semplice follia.
Il Cristianesimo non è un’ideologia, non si nutre di idee ma
di amore sul quale fonda la propria libertà.[12]
«La sapienza della croce è la logica rovesciata del
mondo».[13] I teologi non si stancano di spiegarci che «solo
se Dio fa sua la sofferenza infinita del mondo abbandonato
al male, solo se egli entra nelle tenebre più fitte della
miseria umana, il dolore è redento ed è vinta la morte. Ma
questo è avvenuto sulla Croce del Figlio: perciò Cristo è la
prova schiacciante della verità che salva, è anzi la verità
alternativa alle presunte verità che la ragione è capace di
costruirsi con le sue dimostrazioni».[14]
Per inciso, non va sottovalutato nemmeno il valore simbolico
della croce nel dialogo con i cosiddetti non-credenti
(meglio sarebbe dire i lontani o i non-vicini) che si
identificano nel centurione che esclama: «Veramente
quest’uomo era Figlio di Dio!»[15]
Nel mosaico realizzato da Marko Ivan Rupnik e la sua equipe
di artisti nella Cappella «Redemptoris Mater» del Vaticano
«non vediamo il volto del centurione. E’ rivolto verso
Cristo che ha gli occhi chiusi, ma Maria, la Madre di Dio,
abbraccia da dietro Cristo e raccoglie nella sua mano la
salvezza, il sangue e l’acqua […] Maria guarda il
centurione. Solamente chi ama come Maria riesce a vedere i
volti di coloro che sono senza volto, gli stranieri, i non
credenti. Lei vede il volto di colui che per primo infatti
ha confessato la fede in Cristo».[16]
La croce fa scaturire il dinamismo pasquale dell’amore che
dà senso all’ontologia umana. Non sarà inutile soffermarci
anche sullo stupefacente inno composto sul tema della
discesa agli inferi da Efrem il Siro nel IV sec. d.C. Qui
assistiamo ad una sorta di «disputa dialogica» tra Cristo e
la Morte. Questa non può capacitarsi dello scacco subito
dalla discesa di Cristo nel proprio regno. Con quella che
potremmo definire «onestà intellettuale» la Morte riconosce
che in precedenza le erano sfuggiti un paio di uomini (Enoch
ed Elia), ma su tutto il resto del genere umano la sua
vittoria era stata sino ad ora schiacciante. Ma ormai la
Morte è completamente rassegnata e conclude rivolgendosi al
Salvatore: «Ascendi ora, e regna su tutto, e quando io
ascolterò il suono della tua tromba, con le mie stesse mani
condurrò i morti alla tua venuta».[17]
Dopo questi eventi sconvolgenti e drammatici l’uomo è
visitato dallo Spirito Santo nella Pentecoste. Addirittura
alcuni Padri non temono una interpretazione più profonda di
Gv 19, 30 dove è detto: «E chinato il capo, spirò». Sarebbe
lo Spirito Santo a separarsi momentaneamente da Cristo, per
essere in seguito inviato da Cristo stesso agli
apostoli.[18] La sapienza della croce diviene sapienza di
chi è guidato dallo Spirito Santo. Croce di sangue e croce
di luce. Finalmente, dopo la discesa dello Spirito Santo,
l’uomo può dirsi «di Cristo», può cominciare il proprio
cammino terreno verso una progressiva cristoformità «perché
l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo
dello Spirito Santo che ci è stato dato».[19]
Ma se l’uomo toccato dalla grazia di Dio (consapevolmente o
meno[20]) può godere e gioire di tali inestimabili doni,
come mai la dimensione del dialogo per il cristiano è ancora
oggi così difficoltosa e gravida di sofferenze? Non dovrebbe
l’uomo «spirituale» possedere tutte le «armi» per instaurare
con i propri simili una conversazione finalmente amorosa?
E’ interessante notare come tale incomunicabilità si
riscontri spesso all’interno stesso della Chiesa. Gli esempi
sono purtroppo molteplici: difficoltà di dialogo fra
presbiteri, fra appartenenti alla stessa comunità religiosa
nonché, naturalmente, fra laici e consacrati.[21] Nelle
parrocchie viene spesso meno la dimensione comunitaria che
sappia coniugare la liturgia alla vita di tutti i giorni.
Purtroppo a volte «tutto è mediocre e grigio come lo è
sempre il giusto mezzo: doni mediocri, riunioni moderate,
catechismo senza ardore, noia e, quindi una dissoluzione,
lenta ma inesorabile, nelle forme sociologiche
dominanti».[22]
Uno dei peggiori peccati nel quale potremmo cadere è però
quello di giudicare con il metro umano. Se vogliamo credere
alle parole ispirate dei Padri della Chiesa non dobbiamo mai
dimenticare che il nostro cuore è come un campo di battaglia
dove bene e male si combattono incessantemente.
Per questo motivo ancora oggi, pur nella indiavolata
evoluzione del mondo sotto il profilo temporale, possono
tornare utili alcuni capisaldi della nostra identità
cristiana.
Bisogna però avere il coraggio di rinunciare a forme rigide,
a moralismi sterili, a classificazioni manichee tra buoni e
cattivi e riscoprire, per esempio, l’educazione al mistero e
al dialogo amoroso e realmente libero. La moderna
missiologia parla in questo senso di evangelizzazione per
contagio ed attrazione.
Un esempio concreto. Ci si lamenta che nelle moderne
famiglie occidentali si tramandano sempre di meno i valori
religiosi tra genitori e figli: ci si richiama nella
migliore delle ipotesi ad una sterile morale e ad una
dialettica puramente umana rinunciando in partenza ad altre
forme di dialogo. I moderni pedagoghi sostengono invece che
l’unica maniera efficace di trasmettere un sentimento di
fede ai propri figli è quello di lasciarsi contemplare da
loro mentre si prega. Ciò non è poco laddove si pensi che
tutta una vita può diventare preghiera.
A volte, però, siamo sopraffatti dal peso della sofferenza
sia fisica e che morale. Dimenticando così che proprio il
cristianesimo «non fugge la sofferenza ma l’accetta, e
trasforma una necessità in una libertà […] “Prendi la tua
croce e seguimi” (Mc 8, 34), dice il Cristo».[23] Non si
tratta di un compiacimento morboso per il dolore ottenuto
tentando «di farsi simili a Cristo andandosi a cercare la
sofferenza»[24] e scivolando così nella superbia spirituale,
ma bensì della libertà che ci è data di amare l’Altro in
ogni essere umano. Possiamo star certi che se amiamo
veramente prima o poi siamo destinati a soffrire, ma in ciò
sta la nostra insopprimibile ed inesauribile libertà che ci
rende veramente uomini.[25]
Per il cristiano l’atteggiamento dialogico dovrebbe dunque
partire da uno sguardo di Amore sul mondo e sull’uomo. Il
credente è colui «che in ogni uomo vede la creatura di Dio,
l’icona divina, qualcosa che è stato creato da Dio “a sua
immagine e somiglianza”».[26]
In questo senso la donna può insegnare molto a tutta
l’umanità. Per Pavel Nikolaevic Evdokimov «la donna porta in
sé il genio della penetrazione “intima” nel mistero della
fede e dei sacramenti. Un fedele si presenta agli
insegnamenti dei vescovi essendo già formato dal
femminile-materno che gli trasmette misteriosamente il
“senso di Dio”, il gusto, la nostalgia indistruttibile del
Regno».[27]
Nel film «Stalker» (id., 1979) il regista russo Andrej
Tarkovskij descrive in maniera molto efficace questa
vocazione tipica della donna. Come noto lo Stalker guida chi
lo desideri nella Zona, un luogo misterioso all’interno del
quale vi è una stanza dove, a quanto si dice, vengono
esauditi tutti i desideri più riposti dell’uomo. Alla
partenza dello Stalker assistiamo allo strazio della moglie
che non riesce ad abituarsi alle lunghe assenze del marito,
divorato dalla propria vocazione di servire gli uomini che
hanno smarrito le proprie speranze e le proprie illusioni
(qui simboleggiati dallo Scrittore e dallo Scienziato). Ma
la missione sembra fallire: i protagonisti, dopo aver
raggiunto la famosa stanza a rischio della vita, non si
decidono a entrare e tornano indietro. Lo Stalker appare
profondamente amareggiato. La moglie li raggiunge in una
squallida bettola dove si stanno riposando e qui essi vedono
una donna che ha sofferto moltissimo a causa del proprio
marito ma «che continua ad amarlo con la stessa
irragionevole abnegazione con la quale lo amava nella sua
giovinezza. Il suo amore e la sua devozione sono appunto
quell’ultimo miracolo che si può contrapporre alla mancanza
di fede, al cinismo, alla desolazione dalle quali è permeato
il mondo contemporaneo e di cui sono divenuti vittime sia lo
Scrittore che lo Scienziato».[28]
Per Tarkovskij, nonostante i protagonisti maschili del film
subiscano un apparente insuccesso, «in realtà ognuno di essi
acquisisce qualcosa di incalcolabilmente importante: la
fede! […] La Zona – precisa ancora il regista – non
simboleggia nulla: la Zona è la Zona, la Zona è la vita:
attraversandola l’uomo o si spezza, o resiste. Se l’uomo
resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità,
dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal
passeggero».[29]
E’ interessante notare come le tappe decisive nella crescita
spirituale di un uomo siano spesso coperte da una certa dose
di mistico mistero. Non sono cose di cui parlare a chiunque
o a vanvera. Lo aveva capito molto bene anche Dostoevskij
quando, nel finale di «Delitto e castigo», ipotizza quasi
con timore la possibilità che Raskolnikov, una volta
scontata la condanna, possa condurre il resto della propria
esistenza assieme a Sonja. «Potrebbe essere il tema di un
futuro racconto, ma il nostro racconto di oggi è
terminato».[30] In questo sorprendente finale c’è in realtà
la forza esplosiva di un indicibile dialogo amoroso[31]
basato su una sino ad allora inesplorata identità cristiana
del protagonista. Raskolnikov si accosta con stupore al
Vangelo dal quale Sonja gli ha letto l’episodio della
risurrezione di Lazzaro. Nessuno lo obbliga a farlo,
tantomeno la ragazza la quale «neppure una volta gli aveva
offerto il Vangelo. Egli stesso gliel’aveva chiesto poco
prima d’ammalarsi ed ella gliel’aveva portato senza dir
nulla».[32]
La tradizione narra che la cristianizzazione degli slavi
orientali sia iniziata con il battesimo del principe
Vladimir di Kiev a Chersoneso.[33] Era ancora il tempo in
cui la conversione di un capo di stato influiva sul
sentimento religioso di una intera popolazione. Ora, alle
soglie di un’Europa unita che si vorrebbe estendere dal
Portogallo alla Russia, Giovanni Paolo II lamenta il mancato
riconoscimento delle radici cristiane del nostro continente
nella Costituzione europea. Il pragmatico Sergio Romano, che
di questioni internazionali se ne intende, gli risponde che
«le costituzioni non dovrebbero essere documenti filosofici
[perché] le migliori sono quelle che definiscono con la
massima precisione possibile la struttura dello Stato, i
compiti delle istituzioni, le regole da adottare»[34]
lasciando il resto all’operato dei Parlamenti. Se dovesse
avere ragione lui probabilmente non verrà mai meno l’urgenza
di un serio e sano dialogo cristiano.
[1] Cfr. T. Spidlik, Noi nella trinità,
Roma, 2000, pag. 53, dove si evidenzia come «il pensatore
russo cerca di stabilire le fasi fondamentali di questa
evoluzione: 1) dalla prima materia fino alla prima cellula
viva sulla terra; 2) dalla prima vita fino all’uomo (homo
sapiens); 3) dal primo uomo fino all’Uomo-Dio; 4) dal Cristo
storico fino al Cristo universale, fino alla pienezza della
vita divina incarnata in tutto il creato».
[2] Gv 1, 14.
[3] At 17,24.
[4] At 17,32.
[5] Cfr. Ap 2-3.
[6] M. Cacciari, Digressione su impero e
tre Rome, in «MicroMega, almanacco di filosofia», Roma,
2001, n. 5, p. 58.
[7] Ibid., p. 60.
[8] G. Vattimo, Dialogo sulla
globalizzazione, in «MicroMega, almanacco di filosofia»,
Roma, 2001, n. 5, p. 28, dove precisa ancora: «Certo, prima
della globalizzazione economica avremmo dovuto realizzare
una sorta di federazione mondiale, ben consapevoli di ciò
che è accaduto in passato».
[9] Cfr. B. Forte, La porta della
Bellezza – Per un’estetica teologica, Brescia, 1999, p. 73,
dove, riferendosi alla grande tradizione cristiana orientale
e richiamandosi all’opera di Pavel N. Evdokimov, parla di
una contemplazione teologica vivificata da «quella luce che
risplende dal Tabor della trasfigurazione, dove l’oscuro
cammino del tempo è rischiarato dagli splendori della
bellezza che irraggia dall’alto ed è riconoscibile solo per
l’occhio della fede».
[10] V. sul punto M. Cacciari, op. cit.,
p. 62.
[11] Id., Quale modello per la presenza
dei musulmani in Italia: conquista, ghetto o integrazione?,
in «L’Islam tra noi – Dalle paure al confronto» (Atti del
convegno tenutosi in Venezia dal 9 all’11 novembre 2000),
Mestre, 2000, p. 144.
[12] Cfr. T. Spidlik, op. cit., p. 12:
«L’idealista vuole vivere secondo le idee, in conseguenza
egli si trova, secondo la parabola di Dostoevskij, in un
palazzo di cristallo, dove tutto è chiaro e trasparente, ma
dove non c’è posto né per la libertà, né per l’amore, perché
queste due cose non sono mai chiare, perfettamente logiche,
non seguono sempre gli argomenti della ragione e non si
possono neanche esprimere, in modo sufficiente, con delle
idee».
[13] M.I. Rupnik, Nel fuoco del roveto
ardente – Iniziazione alla vita spirituale, Roma, 1996, p.
66.
[14] B. Forte, op. cit., p. 54.
[15] Mc 15, 39.
[16] M.I. Rupnik, Descrizione delle
illustrazioni, in «La Cappella “Redemptoris Mater” del Papa
Giovanni Paolo II», Città del Vaticano, 1999, p. 294, nota
49.
[17] Efrem il Siro, Inni di Nisibi, n.
36, in «L’arpa dello Spirito – 18 poemi di sant’Efrem» a
cura di S. Brock, Roma, 1999, p. 62 (trad. it.
dell’originale «The Harp of the Spirit. Eighteen Poems of St
Ephrem», Oxford, 1983).
[18] Cfr. T. Spidlik, op. cit., p. 59.
[19] Rm 5,5.
[20] Su questo delicato tema cfr. T.
Spidlik, Conosci lo Spirito?, Roma, 1997, p. 26, dove l’A.
descrive il dinamismo dello Spirito Santo che «santifica
nella Chiesa e per mezzo della Chiesa visibile, ma effonde
la sua grazia anche “a distanza” , su quelli che si
aggiungono al corpo della Chiesa inconsapevolmente, perché
desiderano sinceramente il bene sotto la forma da loro
conosciuta. L’ecumenismo cattolico si fonda su questa
convinzione».
[21] Su quest’ultimo punto cfr. D.
Hlede, Il mio ricordo dell’Izvir, in «10 Anni di d’Incontri
a Stella Matutina», Gorizia, 1997, p. 8: «pensando al
futuro, chissà se trascorreremo tutta la vita camminando
ciascuno sulla propria riva dello stesso fiume, opposta a
quella dell’altro, fino a ritrovarci e ri-comprenderci
insieme soltanto alle foci, al delta della nostra vita, o se
ci sarà un momento in cui entrambi ci bagneremo i piedi e ci
incammineremo l’uno verso l’altro».
[22] P.N. Evdokimov, La donna e la
salvezza del mondo, Milano, 1979, p. 258 (trad. it.
dell’originale «La femme et le salut du monde», Paris,
1978).
[23] Ibid., p. 267.
[24] M.I. Rupnik, Nel fuoco del roveto
ardente – Iniziazione alla vita spirituale, cit., p. 65.
[25] Al riguardo è assolutamente
illuminante la conoscenza delle drammatiche storie di quelli
che sono ricordati come i «martiri del XX° secolo» che hanno
dato la vita in nome di Cristo in ogni angolo della Terra e
sotto i regimi più disparati. V., per tutti, A. Riccardi, Il
secolo del martirio, Milano, 2000, dove l’A. pone bene in
evidenza come la repressione sia stata particolarmente
accanita verso i religiosi ma anche le donne, quali
«simboli» di una fede realmente incarnata che non ha bisogno
di parole per dialogare in maniera efficace.
[26] P. Rak, L’Altro dei Balcani, in
«L’Altro dei Balcani» (Atti del convegno tenutosi in Gorizia
dal 26 al 27 novembre 1999), Gorizia, 2001, p. 85. Si
rimanda a questo testo anche per la descrizione di fatti
realmente accaduti durante i conflitti balcanici degli anni
’90 dove l’A. ha potuto toccare con mano il «miracolo» di un
vero dialogo d’Amore anche tra appartenenti a opposte
fazioni.
[27] P.N. Evdokimov, op. cit., p. 264.
Sulla stessa linea di pensiero cfr. T. Spidlik, Il
contributo della Romania ad una spiritualità europea, in
«Ogni monaco ha un suo segreto con Dio», Roma, 1999, p. 137
(trad. it. del discorso pronunciato all’Università di Cluj
il 30 maggio 1997 in occasione del ricevimento del dottorato
honoris causa), dove l’A., parlando del famoso teologo russo
Aleksej S. Chomjakov, ne sottolinea la sua ammirazione per
l’Europa occidentale come modello di civiltà. «Come è
possibile – si chiede però Chomjakov – che questo Occidente,
talmente civilizzato, non riesca a risolvere i suoi problemi
politici, economici, spirituali? […] L’Europa occidentale è
fermamente convinta che sarà un sistema economico e
legislativo a portare la soluzione ai problemi […] Da noi,
quando ero piccolo – pensava Chomjakov – era la persona
della mamma, non un sistema, ma una persona viva, che sapeva
risolvere tutte le difficoltà della vita».
[28] A. Tarkovskij, Scolpire il tempo,
Milano, 1988, p. 176 (trad. it. dell’originale
«Sapetschatljonnoje Wremja», 1986).
[29] Ibid., p. 178.
[30] F.M. Dostoevskij, Delitto e
castigo, Milano, 1994, p. 412 (trad. it. dell’originale
«Prestuplenie i nakazanie», 1866).
[31] Cfr., sul punto, S. Salvestroni,
Dostoevskij e la Bibbia, Magnano (Bi), 2000, p. 60: «la
calda compassione con la quale Sonja accoglie la confessione
del tormentato assassino, determina alla fine […]
l’abbandono della vecchia vita e il riscatto di se stessa
nella nuova condizione che essa vive in Siberia».
[32] F.M. Dostoevskij, op. cit., p. 412
[33] In realtà, come rileva M.
Campatelli in nota a S. Bulgakov, Presso le mura di
Chersoneso, Roma, 1998, p. 203 (trad. it. dell’originale «U
sten Chersonisa», 1922), le fonti non sono unanimi nello
stabilire se il principe Vladimir fosse già battezzato
quando sposò, certamente a Chersoneso, la Porfirogenita
Anna, sorella degli imperatori bizantini regnanti.
[34] S. Romano, Radici cristiane e carte
europee, in «Corriere della sera», 11/01/02, p. 1.
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